Pressione fiscale, confermato l’aumento di 0,7 punti in un anno. Dall’insediamento di Meloni è salita di 1,3 punti, ai massimi dal 2015
Il governo Meloni arriva al possibile voto anticipato della prossima primavera con un bilancio sul fronte fiscale piuttosto lontano dalla promessa elettorale di ridurre le tasse. Nel 2025, dicono i dati Istat assestati diffusi martedì, la pressione fiscale è salita al 42,9% del Pil, dal 42,2% dell’anno precedente: è il massimo dal 2015 (governo Renzi) quando era al 43,3%. E rispetto al 2022, quando Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi, il peso complessivo di imposte e contributi sull’economia italiana è aumentato di 1,3 punti, dal 41,6 al 42,9%. Il dato definitivo diffuso dall’istituto di statistica è lievemente più basso di quello stimato in primavera: allora il rapporto tra imposte dirette come l’Irpef, indirette come l’Iva, in conto capitale come l’imposta di bollo e contributi e il prodotto interno lordo era indicato al 43,1%, due decimi in più. Ma anche il dato 2024 è stato nel frattempo rivisto dal 42,4 al 42,2%. Si conferma dunque un aumento dello 0,7% anno su anno. Dopo il calo al 41,2% del 2023, il rapporto è tornato a salire per due anni consecutivi.
Nel 2025 le entrate fiscali e contributive sono aumentate del 4,2%, mentre il Pil a prezzi correnti è cresciuto del 2,5%. Il numeratore è dunque corso quasi due volte più velocemente del denominatore e il rapporto è salito. Le tabelle Istat mostrano che a spingerlo, a differenza che nel biennio precedente segnato dal drenaggio fiscale, non sono state le imposte dirette, aumentate appena dello 0,7%: il vero balzo lo hanno registrato i contributi sociali, passati da 278,1 a 305,8 miliardi, con un aumento di quasi 27,8 miliardi, pari al 10% in un solo anno. La causa? Dall’anno scorso l’esonero contributivo sui lavoratori dipendenti con redditi medio bassi, in vigore nel 2023-2024, è stato sostituito da un sistema strutturale di detrazioni Irpef e bonus. Il risultato contabile è che i contributi sociali, prima “scontati”, tornano a essere versati per intero. Il gettito delle imposte indirette è poi salito del 2,3%, fino a 316,8 miliardi, per effetto di un aumento di Ires, Iva e imposte sostitutive sui redditi da capitale e sul risparmio gestito.
A questo si somma un altro fattore, meno favorevole ai conti pubblici nel lungo periodo. La crescita occupazionale tanto rivendicata dalla maggioranza (+0,8% di occupati nel 2025) non si traduce in una crescita proporzionale del pil in volume (+0,6%). Una dinamica legata al fatto che molti nuovi occupati finiscono in settori a bassa produttività, oltre al fatto che l’Italia ha livelli elevatissimi di part-time involontario. Quei lavoratori aggiuntivi generano relativamente poco pil, ampliando ulteriormente il divario tra crescita delle entrate e crescita della ricchezza prodotta. Ecco perché non regge l’usuale spiegazione governativa che la pressione fiscale crescerebbe solo perché più persone lavorano e pagano le tasse.