Incalzate dalla violenza dei fatti, dalle analisi dei massimi economisti, dalle ammissioni dei loro leader, dalla crescente consapevolezza dei cittadini, le milizie del PUDE (Partito Unico Dell’Euro) sono allo sbando. I peones, privi dei propri generali (che da tempo si sono messi al vento, sapendo benissimo come sarebbe andata a finire), tentano disperate sortite dalle casematte dell’informazione di regime, per azioni di terrorismo i cui esiti sarebbero tragici, se non fossero ridicoli.

L’arma “fine di mondo” dei bislacchi Stranamore dell’informazione nostrana è sempre quella: l’inflazione! Abbiamo già commentato in questo blog un tentativo non del tutto riuscito di usarla per terrorizzare gli spettatori televisivi. Ma si sa, in televisione puoi dire quello che vuoi, il mezzo non sempre consente di tornare sulle lievi imprecisioni profferite. Nei social media, invece, le cose stanno in modo diverso, e bisogna fare un po’ più attenzione, anche se non tutti l’hanno capito. Un esempio? Gustatevi questo breve riepilogo di una conversazione su Twitter, che credo vi offrirà un sorriso: Vittorio Zucconi, direttore dell’edizione web di uno dei più autorevoli quotidiani nazionali, dimostra di non sapere cosa sia quel tasso di inflazione che però usa come spauracchio per sostenere “la causa dell’Euro”.

Il ragionamento di Zucconi sembra essere questo: “Vedete? In Brasile l’inflazione è al 90% e hanno un sacco di problemi. Ma in Brasile non hanno l’euro: ergo, l’euro non causa problemi, ergo li risolve, visto che da noi l’inflazione non è al 90%, ma ci andrebbe se uscissimo dall’euro”. Una logica non esattamente aristotelica: un po’ come dire che se Tizio ha il cancro ma non fuma, fumare non causa il cancro. Ci vuole un po’ d’indulgenza: il nostro è modenese, non stagirita. Del resto, per capire che non abbiamo a che fare con un sillogismo, ma con un delirio, ci vuol poco. Basta rilevare la pacchiana imprecisione della premessa, dove all’inflazione brasiliana si attribuisce un valore assurdo (90%). Imprecisione che evidentemente deriva da una scarsa consapevolezza di come l’inflazione venga calcolata.

Allora, dopo esserci divertiti (amaramente), facciamo un lavoro socialmente utile: informiamo l’informatore.

Le ricordo, dottor Zucconi, che l’inflazione è la variazione percentuale dell’indice dei prezzi al consumo, calcolato con cadenza mensile. Il dato “nasce” mensile e quello annuale si ricava come opportuna media. Attenzione, però. Ogni mese di dati ne vengono diffusi due: la variazione rispetto al mese precedente (inflazione “congiunturale”), e quella rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (inflazione “tendenziale”). Il tasso “congiunturale” è essenziale per guidare la politica nel breve periodo, mentre il tasso “tendenziale”, che incorpora un anno di storia (da mese a pari mese dell’anno precedente, ripeto) ci informa sulle tendenze di medio periodo. Informazioni entrambe utili ma ben diverse l’una dall’altra.

Ora che si diletta di economia, voglia guardare, per esempio la tabella seguente, estratta dall’ultimo comunicato stampa dell’Istat:

inflazione In alto troverà facilmente il dato annuale. Ad esempio, nel 2012 l’inflazione annuale in Italia è stata del 3% (ultima colonna, seconda riga): è la variazione percentuale degli indici annuali: (105.9-102.8)/102.8=0.03=3%. A loro volta, gli indici annuali sono la media degli indici mensili: ad esempio, il dato annuale 105.9 è la media dei valori assunti nei dodici mesi del 2012.

Venendo al dato mensile, nell’ottobre del 2012 l’indice mensile era pari a 106.5, invariato rispetto a settembre: in quel mese quindi l’inflazione congiunturale è stata nulla. Inflazione zero, il sogno dei banchieri centrali e dei dilettanti di economia!

E l’inflazione tendenziale? Nell’ottobre 2011 l’indice dei prezzi era stato pari a 103.8, quindi un anno dopo l’inflazione tendenziale era del 2.6%, perché (106.5-103.8)/103.8=0.026=2.6%. Un dato non lontano dal valore medio annuo del 2012 (3%), appunto perché incorpora un anno di storia (e il tasso annuo d’inflazione è appunto la media dei tassi tendenziali).

Forse ora comincia, gentile dottore (in lettere e filosofia), a intuire quale sia la lieve imprecisione da lei commessa. Semplicemente, lei ha scambiato il dato tendenziale per quello congiunturale. Certo, entrambi sono pubblicati mensilmente, quindi sono “mensili”, il che però non significa che siano entrambi “al mese”: solo il dato congiunturale (mese rispetto a mese precedente) ci informa su cosa sia successo nel mese di riferimento. Il suo errore è palese nella sua sbrigativa risposta a matteo rumi su Twitter: “Inflazione generale al 4.5%. AL MESE”.

twitter_zucconi No, Zucconi, no, la prego, si tranquillizzi!

Il 4.5% del quale lei straparla non è un tasso congiunturale (mese su mese precedente), ma tendenziale. Non significa che i prezzi aumentano del 4.5% al mese (e quindi, a spanna, del 70% all’anno, che comunque non sarebbe il 90% di cui parla lei)! Significa che sono aumentati del 4.5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. In un’economia che, le ricordo, dallo scoppio della crisi è cresciuta di 4.5 punti percentuali all’anno più della nostra (loro al 3.2%, noi al -1.3% di media). Ovviamente i tassi congiunturali (cioè quelli che descrivono effettivamente la crescita dei prezzi al mese) sono molto inferiori, sotto lo 0.5%. Voglia consultarli qui.

Be’, caro Zucconi, come dire… Se l’inflazione si calcolasse come pensa lei, l’euro non ci avrebbe veramente salvato, perché nel 2012, “ragionando” come lei, avremmo avuto più del 40% d’inflazione media annua.

Peccato che un’inflazione simile in Italia non si veda da quando lei aveva due anni!

Ora, che un dilettante di economia possa commettere una svista simile, è cosa che non deve stupire né scandalizzare. Povertà non è vergogna. Certo, ci vorrebbe un po’ di umiltà e meno strafottenza verso gli insegnanti e i loro meschini stipendi. Ma questi sono autogol dei quali sarebbe sleale approfittare. Quello che invece veramente non va è il tentativo, al quale la sua testata ci ha abituati, di fare terrorismo economico sull’inflazione.

Perché lo fate? Perché siete l’organo di riferimento del PUDE, di quel partito trasversale che ha sposato la filosofia politica paternalistica secondo la quale, siccome gli italiani non sanno governarsi da soli, devono essere governati dal manganello dello spread. Sì, insomma, la filosofia del “vincolismo”, che in Italia ha lunga tradizione (Carli, Giavazzi, Scalfari, ecc.). Ora, perché gli elettori accettino di farsi governare dai mercati finanziari anziché da organi democraticamente eletti, occorre nutrano un sacro terrore dell’inflazione, e si convincano che l’euro, se pure crea problemi, almeno li protegge da essa e dai disordini che essa porta con sé. Ma a questo, appunto, ci pensate voi.

In effetti, parlando del Brasile lei cerca appunto di suggerire un simile nesso causale (niente euro uguale inflazione uguale scontri di piazza), ma così facendo commette un falso storico che i dati facilmente smascherano. weo_datiEcco, lo vede il grafico? (Dati tratti dal WEO di aprile, fonte che lei, come me, compulsa avidamente nei momenti di tempo libero). Negli ultimi dodici anni in Brasile si è avuta inflazione a due cifre solo nel 2003. L’inflazione annua è sui valori attuali (fra il 4% e il 6%) più o meno dal 2004, e non ricordo si sia parlato di scontri di piazza. Che cosa sta succedendo adesso? Sta succedendo che la crescita ha bruscamente rallentato, e non per un solo anno, come nel 2009, ma per due anni consecutivi (2011 e 2012). Non è l’inflazione a portare la gente per strada, ma la stagnazione o recessione prolungata, caro dottor Zucconi (e in un paese emergente una crescita sotto il 2% può tranquillamente essere assimilata a stagnazione).

La sua scelta di starsene negli Stati Uniti è saggia e del tutto condivisibile, perché vedrà, prima o poi, continuando così, col Pil italiano in caduta libera, la gente andrà in strada anche nell’Italietta protetta dall’eurone. Non escludo che quel giorno qualcuno si ricordi di chi insisteva sul fatto che, al nobile scopo di difendersi dall’inflazione, sia doveroso tagliare i salari reali. Sarebbe una reazione esecrabile, ma la Storia, quella vera, non quella raccontata da certi giornali, è purtroppo fatta di risposte simili.

Un’informazione corretta è presidio di democrazia e di pace. Un concetto non popolare in questo paese. Ma vale la pena di insistere.

(Ehi, dottor Zucconi? Sì, lei! È ancora qui? No, aspetti, si lasci dire una cosa: ho controllato la mia busta paga. Il mese scorso ho guadagnato 2582 euro (netti). E non sa a quante consulenze ho rinunciato da quando ho cominciato a far divulgazione! Ma anche con quelle non avrei raggiunto, suppongo, se non un’esigua frazione dei suoi cospicui e ben meritati emolumenti. Se lo lasci dire, però: ci son due cose che non hanno prezzo. La prima è la soddisfazione di smascherare la crassa ignoranza dei tronfi Soloni. La seconda è quella di poter lasciare ai propri figli un esempio. Cosa che, in un certo senso, ha fatto anche lei…)

(Ah, dottore, scusi, un’ultima cosa, visto che ha deciso in tarda età di cambiare mestiere: in effetti c’è stato un anno nel quale l’inflazione media annua brasiliana è stata al 90%. Il 1980. Bei tempi quelli per voi, eh!? Potevate dire la qualunque sui vostri giornali, e nessuno se ne accorgeva. Mi sa che è finita…)