Una manovra compiuta a velocità eccessiva. Una retromarcia effettuata in direzione di strutture in cui è noto lavorassero molte persone, con un motore solo, vecchio e alle prese da qualche tempo con avarie. La richiesta di un servizio rimorchiatori inadeguato. Le ancore rilasciate in mare in ritardo. E, su tutto, il mancato allarme a terra. L’invito a comparire della Procura di Genova nei confronti degli indagati per la tragedia della torre dei piloti – provocata il 7 maggio dalla nave della Messina Jolly Nero – poggia su queste accuse: ci furono, secondo i magistrati, “negligenza, imprudenza e imperizia” che portarono con una serie di concause alla morte di 9 tra piloti del porto e militari della Guardia Costiera, 4 feriti, l’abbattimento della torre dei piloti e della palazzina di servizio di fianco. Il tutto nel principale porto d’Italia.

Sono stati Il Corriere Mercantile e Repubblica a pubblicare il contenuto dell’invito a comparire agli indagati che sono il comandante della Jolly Nero Roberto Paoloni, il pilota del porto Antonio Anfossi, il primo ufficiale del cargo Lorenzo Repetto e il terzo ufficiale dello stesso mercantile Cristina Vaccaro. Poi è finita nel registro degli indagati anche l’armatore, la Ignazio Messina, il cui rappresentante legale è il presidente Andrea Gais

Dunque scelte azzardate, avarie, alta velocità e l’omesso segnale di allarme. Il primo punto è la manovra impostata da Paoloni e Anfossi. L’unico modo, secondo i magistrati, per non urtare le banchine del porto, la Torre e l’edificio accanto “soltanto mediante il pronto riavvio dell’unico motore”. Un’evoluzione di 180 gradi – come si dice tecnicamente – che è stata effettuata con una nave che ha “una sola elica e quindi con scarse capacità di manovra a marcia indietro e dotata di un solo propulsore di vecchia concezione (in quanto per passare dalla marcia indietro alla marcia avanti è necessario fermare il propulsore e poi riavviarlo)”. Tutto questo “malgrado fosse prevedibile la possibilità di un’avaria al motore (del resto già verificatasi più volte ed anche pochi mesi prima”. Peraltro sia la plancia di comando sia il pilota del porto a bordo del Jolly Nero sapevano che sul molo Giano si trovavano strutture “utilizzate da numerose persone” che erano “a ciglio banchina su palafitte ed erano sprovviste di qualunque sistema di protezione da urti”.

Il secondo punto è la velocità. “Inadeguata” per i magistrati perché la Jolly Nero sarebbe piombata sulla Torre a “oltre 3,4 nodi” secondo l’inchiesta, cioè circa 7 chilometri all’ora. “Inadeguata”, per la Procura, in relazione “alle capacità evolutive della nave ed all’ampiezza dell’area di manovra e del tutto inidonea a consentire sia l’evoluzione in sicurezza sia l’effettuazione di manovre di emergenza” per affrontare eventuali imprevisti: guasti, avarie, afasie. Peraltro, secondo una ricostruzione del Secolo XIX, la velocità del cargo potrebbe essere stata ben superiore ai 3 nodi, fino a raggiungere addirittura i 6 (e lì tollerata tra 3 e 3,5). 

Terzo punto. Secondo gli inquirenti è stato errato anche l’utilizzo del servizio rimorchiatori. Spiegano i magistrati che la Jolly Nero avrebbe dovuto richiedere al concessionario un “servizio di rimorchio mediante consegna della nave (nel qual caso i rimorchiatori avrebberop provveduto a garantire l’evoluzione mediante la propria propulsione e sarebbero dunque stati in grado di arrestare in ogni momento l’evoluzione)”. Di più: Paoloni e Anfossi avrebbero dovuto effettuare la manovra “ad abbrivio zero in modo da consentire comunque ai rimorchiatori di gestire integralmente la manovra”. E invece i due rimorchiatori – uno a prua e uno a poppa – sarebbero stati utilizzati solo per la rotazione della nave, il cui arresto doveva essere garantito solo dal riavvio del motore che invece non si è verificato.

D’altronde, e siamo al quarto punto, i magistrati contestano al capitano Paoloni anche la violazione del codice di navigazione per essere salpato con una nave non in perfette condizioni. In particolare erano fuori uso i contagiri che avrebbe consentito a comandante e pilota del porto di “valutare immediatamente – scrivono i pm – il regolare avviamento e mediante il numero di giri la potenza concretamente erogata dal motore, dati del tutto indispensabili per la realizzazione della manovra, la cui sicurezza era fondata unicamente sull’azione frenante del motore”. Peraltro, secondo la ricostruzione della Procura, al momento in cui il motore si è “inceppato”, il primo ufficiale Repetto non lo ha comunicato a Paoloni e Anfossi e questi ultimi, per contro, non hanno controllato che in effetti le macchine non erano rientrate in funzione. A quel punto si è aggiunto anche il ritardo “immotivato” con cui è stato dato fondo alle ancore.

Infine l’ultima cosa che gli indagati non avrebbero fatto. Dare l’allarme, segnalare l’emergenza. Se l’avessero fatto usando le radio di bordo, scrivono i magistrati, avrebbero consentito alle persone all’interno delle strutture poi rase al suolo di mettersi in salvo.