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Banche, Intesa rassicura: “Nessuna stretta sul credito”. Ma i conti mostrano l’opposto

I crediti in essere dell’intero gruppo sono scesi dai 376 miliardi di fine 2012 a 371 miliardi di fine marzo scorso, smentendo le dichiarazioni dei vertici della banca. A meno di non chiamarsi ad esempio Salvatore Ligresti o Marco Tronchetti Provera, visto che per gli amici i soldi si trovano sempre

Enrico Tommaso Cucchiani

“Non c’è stretta creditizia” è l’ossessivo ritornello che i banchieri italiani vanno ripetendo ad ogni occasione. Pazienza se nel frattempo Fondo Monetario Internazionale, Banca centrale europea, Confindustria, Standard and Poor’s e, da ultimo, persino la Banca d’Italia diffondono caterve di dati che dimostrano esattamente il contrario. E pazienza se una miriade di piccoli imprenditori potrebbero a buon ragione affermare l’opposto. Negare l’evidenza è diventato lo sport più praticato dai banchieri, grazie anche ad un allenamento costante, che sono ormai capaci di virtuosismi spettacolari come riuscire a confutare persino quanto scritto nei bilanci firmati da loro stessi.

E’ il caso ad esempio di Intesa Sanpaolo. A fine maggio l’amministratore delegato del gruppo Enrico Cucchiani ha affermato che “non c’è stretta del credito, il deleveraging (ossia la riduzione dell’indebitamento, ndr) è inferiore alla media europea”. A voler essere pignoli già questa affermazione contiene una potenziale contraddizione visto che se una banca prende meno soldi in prestito e non compensa la differenza con fondi propri inevitabilmente deve ridurre i finanziamenti che eroga alla clientela. A stretto giro il direttore generale di Banca dei territori (la divisione di Intesa Sanpaolo dedicata a famiglie e piccole e medie imprese, focalizzata sul mercato italiano) ha rincarato la dose: “Per noi il credit crunch non c’è, lo dimostrano i dati che certificano che stiamo aumentando il credito alle Pmi e alle famiglie, e lo possiamo fare perché possiamo: siamo infatti in regola con i parametri di Basilea 3. Nei primi tre mesi del 2013 l’erogazione a medio lungo termine da parte di Intesa Sanpaolo, è cresciuta in Italia del 15 per cento”.

Ma, nell’ultimo bilancio trimestrale della banca, si legge che i crediti in essere dell’intero gruppo sono scesi dai 376 miliardi di fine 2012 a 371 miliardi di fine marzo scorso. Più nel dettaglio i mutui sono scesi da 157 a 155 miliardi. I finanziamenti di altra natura da 125 a 122 miliardi. Andando a vedere tra le diverse divisioni della banca emerge che Banca dei territori tra gennaio e marzo ha ridotto i suoi crediti di 2 miliardi (da 182 a 180 miliardi) e altrettanto ha fatto la corporate investment banking, quella che fa i prestiti alle grandi aziende, da 143 a 141 miliardi. Proviamo a cambiare prospettiva e verificare da dove arrivano e come si sono mossi i ricavi del gruppo che nel primo trimestre hanno raggiunto i 4,1 miliardi di euro, in calo del 14% rispetto allo stesso periodo del 2012. Mentre le commissioni sono salite da 1,3 a 1,4 miliardi mentre gli interessi sui prestiti a famiglie e imprese sono scesi da 2,5 a 2 miliardi di euro.

Insomma o in uno slancio di generosità Intesa Sanpaolo ha deciso di abbassare le rate alla clientela oppure ha ridotto il valore dei finanziamenti. E’ indubbio che prestare soldi in questa fase sia più difficile e più pericoloso. Sofferenze e incagli, prestiti che non verranno rimborsati, continuano ad aumentare anche per Intesa Sanpaolo che pure mostra un’incidenza dei crediti deteriorati e tassi di copertura, ossia le perdite già assorbite nei bilanci, migliori delle altre banche italiane. Una selezione più attenta dei debitori è una necessità e un dovere. Ed è anche vero che in una fase di crisi la domanda di prestiti tende a diminuire. Tuttavia affermare che “la stretta del credito non esiste” appare, dati alla mano, una falsità. Ovviamente a meno di non chiamarsi ad esempio Salvatore Ligresti o Marco Tronchetti Provera visto che, come dimostra da ultimo la vicenda Camfin, per gli amici i soldi si trovano sempre.

Vale poi la pena ricordare ancora una volta che, come molte banche italiane ed europee, anche Intesa Sanpaolo ha ottenuto i finanziamenti triennali della Bce ad un tasso dell’1%. In particolare il gruppo ha intascato da Francoforte 36 miliardi di euro di cui non ha ancora restituito nulla a differenza delle banche di Germania, Francia e Spagna. Si sa dove sono andati a finire quei soldi: rimborso di obbligazioni e acquisti di titoli di Stato (Intesa ha in portafoglio circa 90 miliardi di euro tra Bot e Btp a varia scadenza). Alla clientela praticamente nulla. Anche la favoletta dei vincoli di Basilea, altro ossessivo mantra dei banchieri, è più una scusa che altro.

Le regole non dicono che le banche devono prestare di meno ma semplicemente che, per ridurre i rischi, devono aumentare i fondi propri in rapporto all’ammontare dei loro impieghi. Detta in altri termini usare un po’ di meno i soldi presi a prestito degli altri e un po’ di più i loro, ad esempio utilizzando i profitti per rafforzare il loro capitale più che per pagare dividendi agli azionisti. Fondazioni in testa.


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