La crisi? E’ colpa di tutti e di nessuno secondo la classe dirigente italiana. Per la prima banca del Paese, Intesa SanPaolo, infatti, la stretta sul credito non esiste e la colpa della crisi è tutta della politica che stenta a varare le riforme strutturali. Per la Confindustria, invece, siamo di fronte ad una stretta nei finanziamenti concessi dalle banche senza pari nella storia del Dopoguerra e la responsabilità è del braccino corto degli istituti di credito. Per il governo, infine, sono le imprese a doversi riattivare con la promessa del premier Enrico Letta, all’Assemblea degli industriali, che il manifatturiero tornerà “in cima alle priorità del governo”. A patto però di ottenere dalle aziende una “maggiore attenzione al capitale umano e al rispetto del territorio e dell’ambiente”.

Ma se è vero, come sostiene il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, che bisogna agire tutti insieme (aziende, politica e banche) “per risolvere la questione della stretta creditizia”, sarà necessario che le parti in gioco si mettano almeno d’accordo su quale sia il reale problema da affrontare per risollevare le sorti dell’economia.

Per Enrico Cucchiani, amministratore delegato di Intesa SanPaolo, ad esempio, “non c’è un nuovo credit crunch”, cioè la stretta creditizia semplicemente non esiste. Ma è piuttosto la Pubblica amministrazione, con i suoi ritardi nei pagamenti, a soffocare il tessuto produttivo. “Prioritarie”, secondo Cucchiani, “restano le riforme“, mentre la politica monetaria “ha già fatto molto e non è panacea di tutti i mali”.

Già perchè se i finanziamenti restano con i tassi più alti d’Europa è tutta colpa dello spread, una vera zavorra sui finanziamenti, come lo ha definito nei giorni scorsi il direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini. E lo spread non è altro che una sorta di misuratore del rischio di investire in Italia ed è quindi legato a doppio filo alla capacità del Paese e della sua classe politica di realizzare le riforme strutturali necessarie ad abbattere il debito e far ripartire l’economia.

E pensare che proprio mentre Cucchiani identificava nei ritardi di pagamento della pubblica amministrazioni il male più grave delle imprese, il numero uno di Confindustria, Giorgio Squinzi, denunciava che “lo stock dei prestiti erogati alle imprese è calato di 50 miliardi negli ultimi diciotto mesi” parlando di “un taglio senza precedenti nel dopoguerra” e sottolineando come “quasi un terzo delle imprese ha liquidità insufficiente rispetto alle esigenze”. Una situazione, quella del credito, “che rende impossibile non solo gli investimenti ma l’ordinaria gestione delle imprese mettendone in pericolo la sopravvivenza” ha concluso Squinzi, chiedendo con forza di “contrastare la terza ondata di credit crunch”.

Una diversità di vedute che non ha impedito al gruppo Intesa di finanziare il quotidiano di Confindustria, Il Sole 24 Ore, che proprio mentre Squinzi e Cucchiani parlavano, annunciava un’operazione di “asset backed securitization”, ossia la cartolarizzazione di propri crediti commerciali per 55 milioni, con la cessione su base revolving mensile dei crediti della capogruppo per un periodo di 5 anni. “L’operazione, prima in Italia nel settore media, conferma la fiducia del sistema finanziario”, si legge in un comunicato del gruppo editoriale che precisa come il contratto è stato sottoscritto da Banca Imi (gruppo Intesa) in qualità di “arranger”.

La versione plateale di Squinzi, in ogni caso, combacia anche l’associazione artigiani piccole imprese di Mestre, la Cgia. Con in più l’aggravante che il denaro prestato finisce principalmente nelle tasche dei grandi gruppi. Per il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, il presidente di Confindustria “ha ragione da vendere quando denuncia la drammatica situazione in materia di credito. La contrazione dei prestiti erogati dalle banche alle imprese ha ormai assunto dimensioni drammatiche”.

Soprattutto per pmi, liberi professionisti e famiglie: “L’81,4% degli oltre 1.313 miliardi di prestiti erogati dalle banche agli italiani è concesso al primo 10% degli affidati, vale a dire alla migliore clientela – conclude Bortolussi – Una percentuale che negli ultimi anni è continuata a salire. Il rimanente 18,6% dei prestiti è distribuito tra le famiglie, le piccole imprese ed i lavoratori autonomi che, di fatto, costituiscono la quasi totalità, vale a dire il 90%, dei clienti dei nostri istituti di credito”. Clienti che però non hanno più lo stesso potere d’acquisto che avevano in passato e che quindi taglierranno sempre di più i propri consumi a danno dell’economia chiudendo il perverso circuito della crisi creditizia che fa male alle imprese.