“Questa guerra, come tutte le guerre, deve finire. E’ ciò che ci suggerisce la storia”. Lo ha detto Barack Obama nel passaggio forse più importante dell’attesissimo discorso alla National Defense University di Washington, in cui il presidente ha delineato le linee essenziali della politica antiterrorismo e della sicurezza Usa nei prossimi anni. Obama ha spiegato che intende “mettere un freno” agli attacchi con i droni e che tra qualche settimana inizierà un progressivo trasferimento di detenuti da Guantanamo nello Yemen. La parte più forte del suo discorso ha però forse riguardato il concetto di war on terror, di guerra al terrore, inaugurata da George W. Bush dopo l’11 settembre e proseguita sotto la presidenza Obama.

“I nostri valori sono stati spesso compromessi – ha riconosciuto il presidente -. Dobbiamo iniziare una nuova fase, ricreando un equilibrio tra sicurezza nazionale e libertà individuali”. Il discorso alla National Defense University verrà probabilmente ricordato come quello in cui un presidente americano ha riconosciuto l’impossibilità di vincere la guerra al terrorismo con mezzi puramente militari. “Né io, né nessun altro presidente, può promettere una totale sconfitta del terrorismo – ha spiegato Obama -. Non saremo mai capaci di cancellare il male che si nasconde nel cuore di alcuni esseri umani, né bloccare ogni minaccia alle nostre società aperte”. E’ l’intero paradigma che ha retto l’azione americana in questi anni che deve cambiare: “Oltre l’Afghanistan, dobbiamo definire il nostro sforzo non come una guerra al terrore globale e senza limiti, ma piuttosto come una serie di persistenti e ben definiti sforzi per smantellare reti terroristiche specifiche”. Nel delineare la nuova strategia, Obama ha anche per la prima volta riconosciuto, in modo piuttosto esplicito, che i modi in cui è stata condotta la guerra “ha provocato anche reazioni negative da parte del mondo islamico, mentre noi non siamo in guerra con l’Islam”.

La svolta nella politica antiterrorismo degli Stati Uniti si concretizzerà, nei prossimi mesi, soprattutto in tema di droni. Pur rivendicando il fatto che i droni “hanno salvato vite umane e smantellato complotti” e che gli Stati Uniti hanno sempre preferito “catturare i sospetti, e non ucciderli”, Obama ha riconosciuto la necessità di una stretta sull’uso di queste armi letali in zone “non di guerra”, come il Pakistan, lo Yemen e la Somalia. I bombardamenti saranno autorizzati solo ed esclusivamente contro obiettivi che rappresentano una “imminente minaccia per i cittadini americani” e contro persone che “è impossibile catturare”. Nel caso la minaccia venga rivolta a partner come il Pakistan o lo Yemen, ciò non sarà considerato ragione sufficiente per ricorrere agli aerei radiocomandati. Il comando delle operazioni, ha annunciato Obama, verrà progressivamente tolto alla Cia per passare al Pentagono (un mutamento in larga parte “di facciata”.

In realtà la Cia conserverà un ruolo fondamentale nella scelta dei target dei droni). Una corte con giudici indipendenti, ha auspicato Obama, dovrà in futuro sovrintendere su questo tipo di operazioni militari. La decisione di limitare il ricorso a questo tipo di interventi militari dovrebbe in qualche modo placare le preoccupazioni della comunità internazionale e di molti gruppi per i diritti umani, che ne hanno contestato la segretezza e il gran numero di vittime civili (almeno 3000, secondo alcune fonti). Circa 400 attacchi con aerei radiocomandati sono stati lanciati dalla Cia e dai militari americani in Pakistan, Yemen e Somalia durante la presidenza Obama.

Proprio alla vigilia del suo discorso, l’amministrazione Usa ha ammesso di aver eliminato con i droni ben quattro cittadini statunitensi: il militante di Al Qaeda, Anwar Al-Awlaki, il figlio 16enne e un giornalista vicino ai gruppi islamici, Samir Khan, uccisi durante un attacco nello Yemen nel 2011; e Jude Kennan Mohammad, nato in Florida, altro presunto militante islamico assassinato in Pakistan. In tutti e quattro i casi l’amministrazione Obama ha agito senza riconoscere ai propri cittadini il diritto costituzionale alla difesa. Un altro capitolo importante del discorso di Obama è stato dedicato all’Aumf, l’Authorization for Use of Military Force, la legge post-11 settembre più volte rivista e aggiornata che dà all’esecutivo il potere di condurre azioni di guerra contro i gruppi terroristici. Negli ultimi mesi più di una voce, al Congresso, si è levata per chiedere una revisione dell’Aumf, che sarebbe stato interpretato dai presidenti americani come una sorta di “assegno in bianco” in una guerra globale e incontrollata contro i terroristi.

Per dimostrare la sua volontà di sottoporre la war on terror a una sempre maggiore supervisione da parte di deputati e senatori, Obama ha chiesto al Congresso di “ridefinire” il complesso della legge. Tutta la sezione finale dell’intervento alla National Defense University è stato infine riservato alla questione di Guantanamo. E’ qui che, più volte, con una veemenza mai forse sperimentata in altre occasioni pubbliche, Obama è stato interrotto da una donna del pubblico – Medea Benjamin, famosa attivista del movimento pacifista americano, fondatrice di Code Pink – che gli ha ricordato che decine di detenuti si trovano ancora nella prigione cubana, nonostante siano stati sollevati da ogni accusa. “Tu sei il presidente degli Stati Uniti! Potresti chiudere Guantanamo in questo momento!”, ha più volte urlato la donna, che ha anche aggiunto che almeno 103 detenuti su 166 sono in questo momento in sciopero della fame. Obama ha pazientemente lasciato finire la donna, poi ha ricordato di avere più volte chiesto al Congresso di chiudere il carcere, sempre senza successo.

“Un detenuto di Guantanamo costa quasi un milione all’anno”, ha detto Obama, aggiungendo che “il Dipartimento alla Difesa ha calcolato che i costi per ogni detenuto sono destinati ad aumentare sino a quasi due milioni di dollari. E’ una situazione insostenibile, in un momento di crisi in cui tagliamo scuola e sanità”. Di fronte al rifiuto del Congresso di fornire i fondi necessari per la chiusura, Obama ha delineato la strategia possibile per i prossimi mesi: una riduzione progressiva dei detenuti, che renda alla fine del tutto anti-economico e inutile il mantenimento di una struttura come Guantanamo. Il primo passo sarà quello di sollevare la moratoria sul trasferimento dei detenuti nello Yemen. Degli 86 di cui è stato approvato il trasferimento, 56 sono infatti yemeniti, ciò che dovrebbe alleggerire notevolmente le presenze nelle celle. Per chi dovrà essere perseguito per reati di terrorismo, il presidente USA ha ancora una volta ricordato la sua preferenza per processi nelle normali corti di giustizia, e non attraverso tribunali militari che concedono agli accusati molte meno garanzie costituzionali alla difesa. “Nessuno è mai scappato da uno dei supercarceri o prigioni militari negli Stati Uniti. E i nostri tribunali hanno incriminato centinaia di persone legate al terrorismo, inclusi alcuni tra i più pericolosi dei detenuti di Guantanamo”, ha concluso Obama, in quello che appare davvero come un tentativo tra i più energici della sua presidenza di definire una volta per tutte la politica antiterrorismo americana dei prossimi anni.