Ero a Bologna quando sui cellulari di alcune persone che erano con me è arrivata la notizia della morte di Don Gallo, e i volti si son fatti tristi.

Mi son salite le lacrime, nonostante fossero giorni che si sapeva che il momento stava arrivando, e ci si stava preparando all’evento, inutilmente, perché la morte è sempre ospite inattesa.

Essendo l’unica genovese in quel momento è scattato uno strano sentimento di appartenenza e di obbligo a dover fare in qualche modo da cerimoniera: istintivamente il gruppo si è rivolto a me, quasi che il lutto mi riguardasse un po’ di più.

Così ho ricacciato indietro l’emozione e mi son sentita dire, io laica e atea, mentre cercavo di sorridere: ”Non siate tristi, Don sarà contento ora che è con il suo dio”.

Che strana sensazione, e che regalo prezioso da parte di quest’uomo al quale non era possibile restare indifferenti.

Quando, in occasione dei suoi 70 anni, gli fu conferito un premio per la persona più impegnata nella solidarietà in Liguria, la premiazione si trasformò in una festa organizzata in un teatro, anche perché cadeva in occasione del suo compleanno, (Don era del cancro, nato un giorno dopo il mio primo figlio, per questo me lo ricordo bene).

La scelta fu di celebrarlo con piccoli tributi a sorpresa, brevi frasi e saluti da parte di chi lo conosceva e amava, e a me venne chiesto di partecipare in qualità di ‘femminista’.

Don aveva sempre partecipato con gioia e generosità a tutte le iniziative che avevamo organizzato come rivista Marea, spesso unico uomo (e sacerdote) a prendere parola con la sua consueta veemenza nelle iniziative con taglio di genere. “Son sempre le donne a fare di più, quanto c’è da imparare dalla Maddalena, noi uomini facciamo schifo così tante volte da farmi vergognare”, diceva spesso, e ricordava con delicatezza sua madre, della quale ricordava la pazienza e la forza.

Quando ero giovanissima giornalista nella tv genovese del Pci, (parliamo degli anni ’80) e lui partecipava, con l’immancabile sigaro, alle affollatissime riunioni del partito sulla legalizzazione delle droghe leggere, ebbi il primo impatto con la sua particolare trasgressività.

Mentre fervevano discussioni dal tipico stampo genovese plumbeo, nelle quali i duri del partito erano fermamente contrari alla legalizzazione della cannabis, perché ‘dallo spinello alla siringa il passo è breve’ lui, che di tossici ne sapeva già da allora, si alzava, tossiva, e brandendo il toscano diceva: “Compagni, sono tutte cazzate. Questo qui (il toscano) è anche peggio dello spinello. Se non si ragiona sulla legalizzazione delle leggere i ragazzi cadranno nella droga non perché si passa facilmente dallo spinello alla pera, ma perché il mercato illegale metterà in commercio la ‘merda’ (eroina e cocaina) a basso prezzo, e ne perderemo. Datemi retta”.

Ricordo il silenzio imbarazzato dei notabili comunisti, e le bocche aperte per la sorpresa.

Don era così, diretto e senza preamboli. Che meraviglia.

A Sanremo, invitata qualche anno fa con lui da un gruppo di donne a parlare di laicità e diritti riproduttivi (sì, avete letto bene), dovetti fermarlo prima che bestemmiasse, cosa che qualche volta rischiava di capitare, e il divertente era che io, ormai avezza a questa gag, riuscivo ad anticipare il momento ed esclamavo: “No Don!” e lui rideva a crepapelle.

Non si rideva, invece, quando facendo anticamera per parlargli, nella sede genovese della Comunità al porto, si aspettava che uscisse dal suo studio.

Spesso ci sono capitata quando dentro c’era un ragazzo in procinto di essere accolto in una delle case di accoglienza per tossicodipendenti sparse in Italia o all’estero, e con me nella sala adiacente alla vecchia chiesa sedevano i genitori del malcapitato, aspettando l’esito del colloquio.

Sguardi stanchi, mani nervose, volti segnati dalla fatica e dal dolore di vite devastate dalla droga nella quale è caduto un figlio o una figlia, un’esperienza dalla drammaticità inimmaginabile. La comunità di San Benedetto, per molti, è l’ultimo approdo.

All’improvviso la porta in cima alla scaletta si apriva, e Don usciva, spingendo giù il ragazzo. “Drogato di merda, vai dai tuoi e ringraziali che son qui per te”.

Parole durissime dette con una carica di affetto e di incoraggiamento potente, salvifica, catartica, che ti rimette al mondo, letteralmente.

In quella premiazione, quando il mio nome fu chiamato e mi trovai accanto a lui per dire la mia frase lo guardai e gli misi una mano sulla spalla, in procinto di abbracciarlo.

“Ti voglio bene Don, gli dissi – Accidenti a te, se non fossi un prete…”. Sorrise, ricambiò l’abbraccio, si lasciò festeggiare. Che dono grande averlo conosciuto.