Gli scarti industriali della lavorazione di arance e altri agrumi – il cosiddetto ‘pastazzo’ – rivenduti ad aziende zootecniche come mangime per animali e riversati in una discarica abusiva il cui smaltimento illecito sul territorio era visibile persino da Google Earth. E’ successo a Caltagirone, in provincia di Catania, dove i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno sequestrato gli stabilimenti dell’azienda Ortogel spa – un nome nel confezionamento di succhi e altri prodotti derivati dagli agrumi – e notificato 17 avvisi di garanzia. Un’operazione tanto più importante rispetto alle altre dello stesso genere perché fa da apripista in materia di reati ambientali: per la prima volta in Italia, infatti, è stata contestata la responsabilità delle persone giuridiche, in cui, dal luglio 2011, rientrano anche alcune infrazioni contro l’ambiente. “La novità sta nel fatto che in passato la società non poteva essere colpita da sanzioni penali, mentre adesso questo è giuridicamente possibile”, spiega il giurista ambientale Andrea Quaranta. Uno strumento che aveva già fatto discutere nei mesi scorsi a proposito del futuro degli stabilimenti Ilva di Taranto e che adesso trova la sua applicazione alla pendici dell’Etna.

“Grazie al rinnovamento della normativa, finalmente, l’azienda pagherà direttamente per lo smaltimento illecito che mette in atto da tempo”, confermano i carabinieri del Noe di Catania. Secondo gli inquirenti, tra il 2009 e il 2012, la società avrebbe spacciato e rivenduto come cibo per animali circa 75mila tonnellate di scarti di agrumi. Con guadagni da tre milioni di euro, recuperati dal mancato pagamento delle necessarie operazioni di smaltimento. Non solo: i residui industriali venivano sversati in un bacino artificiale di circa 17mila metri quadrati, utilizzato come discarica abusiva, il cui percolato, insieme ad escrementi di animali, confluiva in un invaso di oltre 20mila metri quadri. Modalità di smaltimento illecite i cui segni, individuati dagli elicotteri dei carabinieri, erano visibili persino dal servizio online Google Earth.

All’azienda catanese si contestano attività volte al traffico e allo smaltimento illecito di rifiuti. Reati per cui la società – e non solo i suoi amministratori – sarà perseguita penalmente grazie all’introduzione, nel luglio 2011, di alcuni reati ambientali all’interno della normativa 231 che regola la responsabilità a carico delle persone giuridiche. Una direttiva che recepisce “la tutela penale anche in merito all’ambiente, necessaria per garantire l’adempimento degli obblighi della Comunità europea”, spiega Quaranta. La differenza rispetto al passato sta nel fatto che “si è passati da una via amministrativa, basata per lo più su sanzioni pecuniarie, a una tutela penale più decisa”, chiarisce il giurista.

Un caso normativo che richiama alla memoria quello discusso nei mesi scorsi per le sorti dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, anch’esso posto sotto sequestro preventivo per reati ambientali. Ma, secondo Quaranta, le due vicende giudiziarie sarebbero “assimilabili solo sotto alcuni aspetti”. E non soltanto per la differenza di presunti reati commessi. Sull’impianto tarantino è stata aperta un’inchiesta per disastro ambientale e, oltre agli stabilimenti, sono stati inizialmente sequestrati anche i prodotti finiti o semilavorati. Poi dissequestrati con il decreto ‘Salva Ilva’, presentato per permetterne la reimmissione sul mercato e tutelare così almeno i lavoratori. Una linea apparentemente più morbida rispetto a quella applicata nei confronti della Ortogel, ma che nasconde differenze di fondo. “La normativa 231 – conclude Quaranta – va a sanzionare nel caso in cui si dimostrasse che l’azienda manca di modelli predisposti a evitare il rischio del reato”.

di Perla Maria Gubernale