Se la crisi a cavallo del 38esimo parallelo sta allontanando la Cina dall’alleato nordcoreano, Pechino guarda al Sud della penisola. Uno dei fenomeni cui si sta assistendo nelle settimane di tensione e minacce iniziate con il test nucleare dello scorso febbraio è il rinnovato rapporto tra sudcoreani e cinesi. Di mezzo, oltre alle immediate ragioni di sicurezza (sembra essere tutto pronto per un test missilistico nordcoreano a medio raggio, forse già domani) ci sono le opportunità economiche.

Alla fine di marzo i due Paesi e il Giappone hanno tenuto il primo ciclo di colloqui per arrivare a una zona di libero scambio a tre, che unirà la prima, la seconda e la quarta economia del Continente. Si tratterebbe di uno dei più grandi mercati al mondo, pari al 20 per cento del prodotto interno lordo globale e con un volume di scambi commerciali che nel 2011 toccò i 690 miliardi di dollari.

Nei palazzi di Zhongnanhai, il Cremlino cinese, come alla Casa Blu sudcoreana siedono ora leader appena entrati in carica. Cambi della guardia e quindi vuoti di potere di cui Kim Jong-un e i suoi generali possono aver approfittato per l’escalation cui si assiste in questi giorni. La presidentessa Park Geun-hye si è insediata ufficialmente a Seul lo scorso 25 febbraio. A marzo c’è stata invece l’ascesa ufficiale a capo di Stato di Xi Jinping, cui spetterà il compito di guidare la Cina per i prossimi dieci anni e che appena domenica, nell’ambito del forum di Boao, la Davos d’Oriente, ha ammonito i Paesi che rischiano di far cadere la regione nel caos. Non un attacco diretto ai nordcoreani, ma da molti letto come tale.

Lo scorso 20 marzo i due leader hanno avuto un colloquio telefonico in occasione dell’insediamento di Xi. La telefonata è durata una ventina di minuti, sottolineano le cronache del giorno. Una lunghezza inusuale per chiamate di rito che nella norma non superano i 10 minuti. I due leader, precisa una nota della presidenza sudcoreana, hanno parlato delle proprie storie personali e cercato una collaborazione per arrivare all’obiettivo della pace, della stabilità e della denuclearizzazione nelle penisola coreana. Alle relazioni più distese tra Washington e Seul, compresi gli scambi di messaggi tra i capi di Stato si contrappone una più marcata distanza tra la Cina e la Corea del Nord, sottolineava in una conferenza al Brookings Institution l’esperto di sicurezza dell’Asia orientale, Jonathan Pollack.

Come scritto da ilfattoquotidiano.it, all’interno della dirigenza cinese si sta iniziando a perdere la pazienza verso gli atteggiamenti nordcoreani, che rischiano di minare gli interessi stessi di Pechino. Da una parte c’è quindi chi chiede di dare un taglio con Pyongyang e con un governo che appare sempre meno propenso ad ascoltare le raccomandazioni del “fratello maggiore”. Dall’altra ci sono i settori dell’esercito e del partito che guardano ancora al legame di sangue con il Nord, che affonda radici nella guerra di Corea degli anni Cinquanta del secolo scorso, e vedono nel Paese uno Stato cuscinetto contro la presenza statunitense in Giappone e in Corea del Sud. Anche per gli Stati Uniti tuttavia la presenza dei nordcoreani continua a essere un alibi per mantenere la propria presenza in Asia senza doversi confrontare direttamente con la Repubblica popolare.

Seul è stretta tra le due potenze. La storica alleanza con Washington non sembra in discussione. La Cina rappresenta però il secondo pilastro della politica estera sudcoreana, come spiegato dal Korea Times. Certo restano divergenze. L’anno scorso la Corea del Sud criticò la decisione cinese di rimpatriare profughi e disertori che dal regno dei Kim avevano trovato rifugio al confine con la Cina, perché considerati lavoratori irregolari. C’è inoltre la questione delle dispute marittime che non hanno tuttavia raggiunto la tensione di quelle tra Cina e Giappone per la sovranità sulle Senkau-Diaoyu. E ancora: l’uccisione di un agente della guardia costiera sudcoreana accoltellato da pescatori cinesi nel 2011, il ricordo delle proteste al passaggio della torcia olimpica nel 2008 prima dei giochi di Pechino, fino a tornare indietro alle dispute doganali per l’apertura all’aglio cinese del mercato sudcoreano all’inizio degli anni 2000. Ma l’economia e le intemperanze del giovane Kim aiutano ad appianare tutto.

di Sebastiano Carboni