Molti crederanno che la proposta enunciata nel post “Come si finanzia il reddito di base incondizionato?”, che ha raccolto 500 commenti in due giorni, sia nata con l’aiuto di professori, giuristi e avvocati. In parte è vero, il loro contributo è stato importante, ma la nostra proposta sul reddito nasce dall’esperienza sul campo di un gruppo nutrito di precari che da dieci anni gestisce cause legali, vertenze e conflitti in ogni campo lavorativo, in diverse regioni e facendo tesoro anche di esperienze simili nel resto d’Europa.

In questi anni decine e decine di persone hanno prestato gratuitamente il loro tempo e le loro competenze per rispondere a migliaia di richieste di aiuto che giungevano dai luoghi di lavoro più disparati. Inutile dire che anche noi per la maggior parte siamo precari e precarie. Siamo insegnanti, educatori, autotrasportatori, informatici, grafici… Lavoriamo nella moda, nella logistica, nei callcenter, nella ristorazione… Non riceviamo finanziamenti da nessuno e nessuno è stipendiato da noi per fare il politico o il sindacalista, ciò che facciamo lo facciamo con le nostre poche energie e il poco tempo che la precarietà ci concede.

Ciò non toglie che le vertenze che affrontiamo riguardano ogni tipo di settore lavorativo, in imprese grandi e piccole, fino ad arrivare a realtà produttive dove i sindacati sono ombre (qui alcune delle vertenze). 

Attraverso i nostri sportelli, i Punti San Precario, abbiamo accumulato una conoscenza profonda della precarietà. Le migliaia e migliaia di persone che si sono avvicinate a noi ci hanno insegnato che:

1) qualcosa nei sindacati non funziona più;

2) per opporsi alla precarietà servono una mentalità nuova e strumenti diversi;

3) l’impianto su cui si basa l’insieme dei diritti e degli ammortizzatori sociali che dovrebbe “garantirci” fa acqua a da tutte le parti.

Ma il primo e il più grande insegnamento è stato: invocare il semplice diritto al lavoro, nell’era della precarizzazione, è come parlare di niente. Negli anni abbiamo capito che ciò che ci viene chiesto di difendere è qualcosa di diverso: il diritto alla scelta del lavoro.

Sembra pazzesco. Verrebbe da dire: “Con una crisi così che senso ha parlare di scelta? Bisogna accontentarsi”. Al contrario, rivendicare la scelta di un lavoro, significa poter rifiutare un lavoro pessimo, nocivo, umiliante, ma soprattutto un lavoro che non permette di vivere perché sottopagato. Poter rifiutare significa poter lottare per i propri diritti senza rimanere con le spalle al muro.

La richiesta di un reddito garantito nasce da questa contraddizione e serve a uscire dall’accerchiamento fatale creato dalla precarietà. Un accerchiamento che non nasce dal nulla. Lo abbiamo visto all’opera in ogni luogo di lavoro. Posti in cui ci dicono che si sta sulla stessa barca, ma appena questa ondeggia solo alcuni vengono gettati a mare. Il sussidio di disoccupazione copre solo il 25% dei licenziati, la cassa integrazione c’è solo per alcuni, l’articolo 18 copre (male) solo 4 lavoratori su 10. Questa frammentazione è alla base della sconfitta perenne, e spinge le persone al cinismo del “si salvi chi può”.

Eppure abbiamo intravisto anche sprazzi di luce, quando la rabbia diventa strategia e la solidarietà dei lavoratori fiorisce al grido “si può vincere”. Per carità, i Punti San Precario hanno anche perso, ma generalmente hanno avuto successo, e questo ci ha insegnato che per riconquistare diritti e respingere il ricatto bisogna parlare di nuovi diritti universali. 

La cricca dei burocrati sindacali e dei politicanti di “sinistra” ride (sempre meno, in verità) delle nostre proposte dicendoci che il reddito non va bene, che il salario minimo orario non serve. Dimenticano però di spiegarci perché negli ultimi trent’anni la forza delle loro organizzazioni e delle loro proposte non è riuscita frenare il declino dei diritti e dei salari. Un giorno arriveranno a dire che è colpa nostra se tutto va male, perché non abbiamo creduto a loro, o perché li abbiamo criticati troppo. Non ci sorprenderebbe.