La caccia alle balene è stata finanziata dai contribuenti giapponesi per più di vent’anni. Ma gran parte di loro non ha nessun interesse a mangiare carne di balena. Il futuro è nel whale watching, non nel whale hunting. Sono queste le conclusioni del rapporto sulla caccia alle balene dell’International Fund for Animal Welfare (IFAW), una Ong americana che si occupa dei diritti degli animali. “Un cambiamento sta prendendo forma nell’approccio del Giappone alla questione della caccia alle balene”, scrive Patrick Ramage, direttore del programma per la difesa delle balene dell’Ifaw. Pare infatti che alcuni funzionari del governo di Tokyo abbiano iniziato ad ascoltare gli appelli e a leggere i dati, mai prima d’ora pubblicati ufficialmente.

L’equivalente di circa 34 milioni di euro è stato speso nel solo 2011 per la caccia alle balene e attività affini. Un’industria che in Giappone viene annualmente finanziata da una somma pari a 7,5 milioni di euro. A veicolare i fondi è un istituto semi-governativo legato al Ministero dell’Agricoltura, delle Risorse Forestali e Marittime, l’Istituto di Ricerca sui Cetacei (Irc). Eppure sono anni che l’Irc lavora in perdita, nonostante la generosità del governo. Colpa del terremoto del marzo del 2011, dicono dal Giappone. Già perché uno dei poli fondamentali per la caccia alle balene nel Pacifico settentrionale, la città di Ishinomaki, è stata gravemente danneggiata dal sisma di due anni fa.

La realtà sarebbe un’altra però. La carne di balena non si vende più. Secondo le ricerche fatte da un ricercatore giapponese, Junko Sakuma, e riportate dal rapporto dell’Ifaw, sarebbero circa 5000 le tonnellate di carne rimaste invendute, circa tre quarti del totale del pescato del 2011. E non sono servite aste a basi dimezzate a svuotare i freezer di Irc e Kyodo Senpaku, un’azienda che si occupa della distribuzione sul mercato dei prodotti di balena.

E’ da cinquant’anni che il consumo di balena si è esponenzialmente ridotto. Nel secondo dopoguerra infatti, fino agli anni Sessanta, per i giapponesi la carne del cetaceo è stata la fonte primaria di proteine. Con la diffusione della carne suina e bovina e una più stretta regolamentazione internazionale sulla caccia ai cetacei, la carne di balena è diventata un prodotto sempre più di nicchia. La mattanza però non si è mai fermata.

Dal 1987 a oggi, il Giappone ha ucciso 14mila balene. Più di quanto abbiano fatto tutti gli altri paesi dell’Iwc nella storia. Nel 1982 l’International Whaling Commission (Iwc), un organismo internazionale che regola la caccia ai grandi cetacei, approva una sospensione alla caccia alle balene per fini commerciali. Le navi giapponese continuano a cacciare anche sotto censura dell’Iwc, finché per mantenere le quote di pesca immutate, Tokyo trova un escamotage: quello della caccia a fini scientifici.

La “ricerca sui cetacei”, però, si è rivelata un enorme buco nell’acqua. E una fonte di sprechi di denaro pubblico. Primo: nessuno degli obiettivi prefissati nei programmi di caccia a fini di ricerca stilati dalle autorità giapponesi sarebbe stato raggiunto. Lo annunciava nel 2006 il rapporto del comitato scientifico organizzato dall’Iwc: gli studi giapponesi “non hanno prodotto nessun dato accettabile”. In più, come hanno confermato i media nazionali, pochi mesi fa una somma di poco superiore a 21 milioni di euro sarebbe stata “sviata” dai fondi per la ricostruzione delle zone del Nordest colpite dal terremoto e tsunami del marzo 2011 a favore di “attività di stabilizzazione, promozione e protezione della ricerca sulle balene”.

Anche per questo l’opposizione ai sussidi pubblici alla caccia alle balene, rivela ancora il rapporto dell’Ifaw, cresce. In pochi oggi sembrano disposti a difendere quella “tradizione” tutta giapponese della caccia alle balene. Anche ai giapponesi, la balena non piace più sulla tavola, ma nel suo habitat naturale, il mare. E qualcuno in Giappone pare averlo già capito. Taiji, una cittadina di mare nella prefettura di Wakayama, in passato era famosa per la caccia alle balene. Oggi ha un programma per diventare entro i prossimi 5 anni il primo “pascolo” per balene e delfini, un’attrazione in grado di attirare migliaia di turisti e ricercatori. E’ il whale-watching il futuro del business giapponese della balena.

di Marco Zappa