“Questo clima mi impone di limitare gli spazi della mia vita privata. Sono costretto a gestire ogni mossa con molta prudenza. Se a Roma di sera mi viene voglia di fare due passi da solo, rinuncio”. Nichi Vendola è il presidente della regione Puglia, è il leader di Sinistra Ecologia e Libertà e tra un mese, se il centrosinistra dovesse vincere le elezioni, siederà a palazzo Chigi, uomo forte del governo Bersani. Eppure, oggi, uno dei candidati alla guida del Paese, deve avere paura a girare per le strade della Capitale. Lui dice che sono i rischi della dimensione pubblica. Ma quella di Nichi Vendola non è la stessa di un politico qualsiasi. Qui da noi, prima che un uomo delle istituzioni, è un omosessuale.

L’ultimo insulto è dell’altro ieri. Lo ha pubblicato su Facebook un militante di Casapound. E prima c’era stato l’assessore renziano, poi il pidiellino sardo e perfino Renato Brunetta.
Mi chiedo continuamente che anno è e in quale parte del mappamondo mi trovo. Negli Stati Uniti come in America Latina, in Inghilterra come in Francia e in Israele il dibattito è sull’allargamento dei diritti civili. Ovunque, si discute di come dare ascolto alle persone che sono uscite dal cono d’ombra della paura, del silenzio, del senso di colpa e della vergogna.

Qui invece non siamo riusciti nemmeno ad approvare la legge contro l’omofobia.
Il fatto che io sia insultato da fascisti e nazisti di vari network non è neanche oggetto di rammarico. Questo è il Paese dove il sigillo di normalità l’ha messo Giovanardi. Qui, un certo ambiente ecclesiastico impedisce perfino che si facciano norme per sanzionare la violenza. Qui siamo all’assuefazione.

È per questo che ha paura?
Se il rapporto con Casapound è naturale per Berlusconi come per Grillo, io non riesco a non viverlo come un campanello d’allarme.

Cosa significa per la sua vita di tutti i giorni?
Devo sempre considerare ogni gesto che faccio, e questo è già una violenza. Continuo a fare la mia vita da persona sotto tutela (Vendola è stato vicepresidente della commissione Antimafia, ndr). Ma Roma negli anni di Alemanno ha visto lo sdoganamento dei piccoli gruppi dediti all’igiene del mondo. Non puoi non pensarci quando, per un minuto, cerchi di essere una persona normale che vuole prendersi un gelato a Campo de’ Fiori.

Di lei, in questi termini , non si è mai parlato.
Una volta ho detto che vorrei sposare il mio compagno: esaurita l’attenzione morbosa e i clic che potessero cogliere qualche ingrediente della mia vita di coppia, è finito il dibattito.

Il suo compagno è canadese. Cosa dice di noi?
Lui viene da un Paese che vive di mescolanze etniche, religiose, culturali. Qui vede cose che pensava appartenessero a un oscuro passato.

La violenza è tanto più legittimata quanto più un Paese non riconosce diritti. Eppure in questa campagna elettorale non ne parla nessuno.
Per questo ho deciso nei prossimi giorni di presentare una proposta di legge per i matrimoni gay.

Nel programma di coalizione si parla solo di riconoscimento delle coppie di fatto, Bersani lo sa?
Io non ho sciolto il mio partito nella coalizione. Se andremo al governo rispetteremo il programma, ma siamo liberi di presentare le nostre proposte. E io credo che questa partita vada aperta, non si può far vivere il dibattito sul filo del compromesso. Se no, tra poco, più che alla Francia saremo assimilati alla Russia di Putin. La sinistra ha sempre chiesto pochissimo: per paura degli anatemi delle gerarchie religiose si è accontentata di qualche modesto acronimo: i Pacs, i Di.co e alla fine non si è fatto mai nulla.

Questa volta è quella buona?
L’essenziale è non rimetterci in faccia quello che Allen Ginsberg chiamava “lo sguardo ferito”. Abbiamo imparato a dare significato alla parola gay, che vuol dire gaio, felice.

Lei lo è?
Ho fatto coming out a 18 anni, in un paesino del Sud, con sofferenza e solitudine. Oggi sono il governatore di una grande regione meridionale, sono il leader di un partito. Mi sono fatto grande, ho i capelli bianchi. Sono caduto e mi sono rialzato…

Però ha ancora paura.
A 54 anni, mi batto ancora anche per me.

di Paola Zanca

da Il Fatto Quotidiano del 5 febbraio 2013 

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