Articolo 35.1

Tutti gli spagnoli hanno il dovere di lavorare e il diritto al lavoro, alla libera scelta della professione o mestiere, alla promozione attraverso il lavoro e a una remunerazione sufficiente a soddisfare le proprie necessità e quelle delle rispettive famiglie, senza che, in nessun caso, possa attuarsi alcun tipo di discriminazione per ragioni di sesso. (Costituzione spagnola approvata da “las Cortes” il 31 ottobre del 1978)

Il sistema economico, sociale, politico e culturale sui quali si basano l’esperienza del lavoro e le relazioni lavorative dell’era moderna capitalista e indusriale ha inizio con forza nel secolo XVIII, si consolida e si espande durante il XIX, arriva alla sua acme durante le terza parte del XX e entra nel periodo di profonde trasformazioni nel passaggio di millennio.

Buona parte di ciò che sappiamo attualmente sul lavoro e le relazioni lavorative – frutto di un’importante lavoro interdisciplinare – è una conoscenza retrospettiva, che va aumentando il suo valore archeologico nella misura in cui diminuisce il suo potenziale esplicativo del presente e di predizione del futuro che si avvicina. A volte abbiamo l’impressione di star avanzando a grande velocità verso un avvenire inesplorado, con un veicolo 4×4, equipaggiato di un magnifico specchietto retrovisore (che ci offre una nitida immagine panoramica del cammino percorso), ma con un parabrezza sporco, attraverso il quale vediamo soltanto l’immagine sfocata dell’orizzonte verso il quale ci dirigiamo, con un occhio alla bussola e afferrandoci ad una traiettoria che abbiamo definito attraverso un sistema di coordinate obsolete.

Conosciamo rispetto al passato probabilmente più delle altre generazioni precedenti, ma affrontiamo questioni, sfide, minacce, opportunità e dilemmi che riguardano il futuro da un’incertezza senza precedenti su ciò che possiamo sapere e aspettarci dall’avvenire.

In pochi campi dell’esistenza umana, la vertigine e la disillusione associate al non sapere verso dove si va (e al conseguente disorientamento storico) si rendono tanto evidenti e palpabili con in quello del lavoro.

Nel frattempo, i compagni di viaggio neoliberisti proclamano ai quattro venti che la risposta teorico-pratica alle domande che ci inquietano l’animo ce la dà la ragione strumentale di una società centrata sul mercato, su un’economia orientata alla crescita permanente e su un’organizzazione del lavoro e delle relazioni lavorative basate sulla deregulation, la flessibilità e l’ingegnerizzazione dei processi. Alcune di queste soluzioni hanno il sapore di ricette tipiche del protocapitalismo del secolo XVIII, applicate a problemi generati durante la transizione verso il XXI secolo.

Da parte loro, i neosocialisti ci accompagnano in questo progresso verso il futuro disposti a condividere con noi quello che conservano del bagaglio intellettuale e politico che hanno elaborato nei due secoli precedenti, così come dei progetti di sviluppo dello Stato di Benessere neocapilista, alla cui materializzazione tanto sforzo hanno apportato nel secolo conclusosi da poco.

In sostanza, a prima vista sembra che, davanti alle domande che pianificano il futuro, si tende a tirare fuori risposte del passato, il che significa affrontare l’era dei biochip con schemi intellettuali e ideologici costruiti nell’era delle ciminiere.

L’attuale metamorfosi del lavoro porta con sé discontinuità con il presente, di prolungamento di tendenze passate e di messa in opera di piani attuali: l’introduzione a grande scala delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni, la globalizzazione dell’economia e delle nuove forme di organizzazione flessibili del lavoro. Tutto questo ci porterà elementi e criteri di base per la comprensione della cosiddetta crisi della civiltà del lavoro e per la prospettiva degli sviluppi futuri dell’istituzione del lavoro sottopagato e della struttura del lavoro, in un millennio che inizia con cambiamenti profondi nello spazio, nel tempo, nell’organizzazione, la natura, le forme e le funzioni dell’attiva lavorativa.

Per concludere un memorandum del paradigma egemonico che ci circonda che sintetizziamo seguendo Joseph Ramoneda in “Oltre la passione politica” (Edizioni Taurus)

Breviario del nostro tempo si può elencare così:

“Tutto ciò che implica la crescita della produzione e l’accumulazione di ricchezza è buono in sé”.

I governi devono evitare al massimo di interferire nelle decisioni economiche. Il loro ruolo è accompagnare le strategie dell’alta tecnocrazia rappresentate dai direttori delle banche emittenti.

L’interesse è la prova dell’incapacità di azione razionale del cittadino, un fattore positivo se evita le impertinenze politiche.

La migliore decisione è quella che fornisce maggiore libertà ai mercati, tutto il resto si aggiungerà a questo.

Dove c’è mercato la libertà finisce per imporsi.

Lo Stato è insufficiente, quindi bisogna debilitarlo nel maggior grado possibile.

Non c’è alternativa al modello neocapilista retto dall’Fmi

Non c’è salvezza al di fuori del sistema di produzione e del lavoro.

Morale: la cosiddetta società liberista non concepisce altro modo di esistenza di quello legato al lavoro, quindi l’idea di libertà si limita enormemente. C’è solo libertà di operare nel mercato. La trama economica dimostra i limiti della libertà nella società permissiva.

di Luis Moliner Prada. Economista

(Traduzione dallo spagnolo di Alessia Grossi)