“Pare che Ale sarà nominata commissario dell’Asp di Vibo Valentia. È un impegno preso direttamente e inaspettatamente dal governatore. Incrociamo le dita. Ovviamente appena avrò novità te le comunicherò”. È la sera del 18 giugno 2010 quando il giudice Vincenzo Giglio invia questo sms all’ex consigliere regionale del Pdl Franco Morelli. Entrambi, adesso, sono in carcere e sotto processo perché coinvolti nell’inchiesta della Procura di Milano sulla famiglia Lampada, costola finanziaria del clan Condello.

“Ale” è Alessandra Sarlo, moglie del magistrato di Reggio Calabria, nominata dirigente regionale dalla giunta di centrodestra. La Procura della Repubblica di Catanzaro ha chiesto il processo per il governatore della Calabria e coordinatore regionale del Pdl, Giuseppe Scopelliti, per il vicepresidente della Regione, Antonella Stasi, e per l’assessore al Personale, Domenico Tallini.

Tutti e tre finiranno presto davanti al giudice per indagini preliminari su richiesta dei pm Gerardo Dominijanni e Domenico Guarascio. Secondo l’accusa hanno commesso un abuso d’ufficio sulla nomina di Alessandra Sarlo a direttore generale del dipartimento Controlli della Regione Calabria.

I due sostituti procuratori, inoltre, hanno presentato istanza per sottoporre a incidente probatorio il presidente Scopelliti e l’assessore Tallini che dovranno chiarire il criterio con il quale hanno affidato l’incarico ad Alessandra Sarlo, moglie del magistrato Vincenzo Giglio, l’ex presidente della Corte d’Assise di Reggio arrestato dalla Dda di Milano per aver fornito notizie riservate al consigliere regionale Franco Morelli.

Stando a quell’indagine, il giudice Giglio avrebbe spinto per trovare un posto alla moglie e in cambio avrebbe fornito informazioni riservate sulle indagini della Direzione distrettuale antimafia. Informazioni riguardanti il filone dell’inchiesta “Meta”, coordinata dal pm Giuseppe Lombardo e poi finita, in parte, sulla scrivania della procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini. Attraverso un fax, il giudice Giglio avrebbe rivelato notizie coperte dal segreto investigativo al consigliere indagato Franco Morelli che, a sua volta, avrebbe sollecitato “grazie al determinante ausilio del consigliere regionale Luigi Fedele (non indagato, ndr), l’assunzione di Alessandra Sarlo”.

In quell’occasione le spinte di Morelli raggiunsero il loro obiettivo e oggi, oltre che nel processo ai Lampada, sono finite nel fascicolo della Procura di Catanzaro che indaga su un’altra nomina ricevuta dalla Sarlo dopo che quest’ultima ha concluso il suo incarico all’azienda sanitaria di Vibo Valentia.

Nell’avviso di conclusione delle indagini, i pm Dominijanni e Guarascio avevano spiegato che Scopelliti, “amico personale della famiglia Sarlo”, la Stasi “concorrente morale” del governatore e l’assessore Tallini “al fine di attribuire alla dottoressa Alessandra Sarlo la dirigenza generale del dipartimento Controlli della Regione Calabria, con delibera 381 dell’11 agosto 2011, alla luce dei curricula depositati, attestavano apoditticamente e, dunque, falsamente che nessuno dei candidati, dirigenti interni alla Regione, possedesse una ‘esperienza sufficiente in proporzione alla complessità’ dell’incarico”.

Uno stratagemma, sospettano i magistrati, per trarre in errore la giunta che l’1 settembre del 2011 nominò la Sarlo a capo del dipartimento Controlli. Eppure, scrivono sempre i pubblici ministeri, avrebbe avuto un “curriculum sicuramente non superiore in riferimento alla specificità dell’incarico rispetto ai dirigenti interni alla Regione dichiarati non idonei” che, adesso, sono stati individuati come parti offese assieme alla Regione Calabria.

L’Ente, quindi, potrebbe costituirsi parte civile nel futuro processo al governatore Scopelliti il quale, sempre per abuso d’ufficio, è imputato a Reggio Calabria, nel processo sul caso Fallara, che prende il nome dalla dirigente comunale del settore Finanze e Tributi, morta misteriosamente nel dicembre 2010 dopo aver ingerito acido muriatico. Per i pm reggini, Scopelliti e i tre revisori dei conti del Comune di Reggio “avrebbero falsamente rappresentato, nella contabilità dell’ente, dati e circostanze determinando l’approvazione dei bilanci di previsione per gli anni 2008 e 2009 nonché quella del rendiconto di gestione per l’anno 2008”.

Risale sempre al periodo in cui era sindaco di Reggio, invece, la condanna in primo grado a sei mesi di carcere rimediata da Scopelliti per il reato di omissione di atti d’ufficio: una vecchia storia legata alla mancata bonifica di una discarica.