Ristrutturare per ricapitalizzare. Ma a pagare alla fine sono i lavoratori. Succede in Spagna, dove il quarto istituto di credito del Paese, Bankia, ha annunciato il proprio piano di ristrutturazione indispensabile per ricevere una parte dei 37 miliardi di aiuti in arrivo dall’Europa: chiudono 1.000 delle 3.000 agenzie aperte e circa 6.000 lavoratori finiscono a casa. Soddisfazione da parte del Fondo monetario internazionale che in una nota destinata alla Commissione europea ammette “importanti progressi fatti nella gestione della crisi bancaria secondo la tabella di marcia prevista. Ma i passi più importanti devono ancora essere compiuti”.

L’annuncio è arrivato mentre la banca si appresta a ricevere 18 miliardi dall’Ue, la prima tranche dei 100 miliardi di aiuti (da rivedere al ribasso) previsti per il sistema creditizio spagnolo. Il personale verrà sfoltito “attraverso dimissioni volontarie o il pensionamento anticipato”, spiega il presidente di Bankia, Ignacio Goirigolzarri, dopo aver annunciato il trasferimento di 57,2 miliardi di euro ad una “bad bank” creata per detenere i titoli tossici che hanno determinato il crollo del mercato immobiliare spagnolo. I lavoratori invece finiranno a casa insieme ai 4,7 milioni di disoccupati spagnoli.

D’altronde le banche spagnole “devono ridurre la loro attività”. Lo dice a Bruxelles il Commissario Ue alla Concorrenza, Joaquin Almunia, tra l’altro spagnolo, secondo il quale “il 60 per cento dell’attività bancaria del Paese dovrà sparire entro il 2017”. Questo, secondo la Commissione europea, per riportare l’attività a livelli sostenibili visti gli eccessi degli ultimi anni che hanno alimentato, e si sono alimentati all’interno di un circolo vizioso, la bolla immobiliare spagnola. Dal 1984 al 2008 le banche di risparmio del Paese sono passate da 10.500 a 25.000 agenzie e i dipendenti da 70.000 a 135.000. Numeri vertiginosi non accompagnati da una crescita dell’economia reale. Inevitabile lo scoppio della bolla cresciuta sotto i governi sia di destra che di sinistra di Aznar e Zapatero. 

Da qui i piani di tagli all’attività, al personale, bad bank e un nuovo orientamento degli investimenti, in linea con le condizioni chieste da Bruxelles per i 100 miliardi promessi, 37 dei quali in arrivo appunto in questi giorni: 18 miliardi, la fetta più grossa, andranno a Bankia (sommando la cifra agli aiuti nazionali si arriva a quasi 36 miliardi), 9 miliardi a Catalunya Banc, 5,5 a NCG Banco e 4,5 al Banco de Valencia. Queste banche dovranno d’ora in avanti limitarsi ad operare “al dettaglio”, agire all’interno della propria regione di origine, dove erano obbligate a restare fino al 1981, ed evitare gli investimenti ad alto rischio. “La storia ha mostrato che non sono in grado di gestire delle operazioni ad alto rischio”, ha detto Almunia.

Misure che sulla carta sembrano indispensabili a rimettere in carreggiata un sistema bancario fuori controllo e pericoloso per l’intero tessuto nazionale ed internazionale, ma che alla fin dei conti vanno a colpire soprattutto chi, nelle filiali di queste banche, magari stava semplicemente dietro uno sportello. Solo Bankia, l’istituto di credito più grosso con oltre 11 milioni di clienti e un volume di attività di 485 miliardi di euro al 31 dicembre 2011, riduce dall’oggi al domani del 28 per cento il proprio personale nel contesto del piano di ristrutturazione fino al 2015 presentato a Bruxelles. Tagli ancora più indigesti alla luce dell’inchiesta per truffa ai danni dell’ex presidente di Bankia, Rodriguo Rato, aperta lo scorso luglio. La magistratura aveva accolto la querela presentata dal partito Unione, Progreso y Democracia (UpyD) contro 35 dirigenti di Bankia e della sua holding Banco Financiero y de Ahrros per “la circostanza in cui si è prodotta l’uscita in Borsa di Bankia e il finanziamento attraverso partecipazioni preferenziali sulla base di un’informazione poi rivelatasi falsa e suscettibile di configurare un reato di truffa”.

@AlessioPisano