Nomi e ruoli. Da un lato la ‘ndrangheta lombarda, dall’altro la politica nazionale. In mezzo 10 milioni di euro per scalare una società dal goloso portafoglio pubblico, nel senso degli appalti, naturalmente. Commesse per la ricostruzione dell’Aquila terremotata. Metti allora Andrea Pavone, broker al soldo dei clan di San Luca che in riva al Naviglio hanno manovrato una holding dell’edilizia come la Perego. E metti anche un faccendiere, di professione avvocato, pugliese di Foggia con residenza padovana e cariche politiche di rilievo. Sì perché Roberto Di Bisceglie, oltre a ricoprire il ruolo di coordinatore per il Veneto del Partito democratico cristiano, si presenta “come il segretario dell’ex onorevole Gianni Prandini”, Dc della prima ora, bresciano, sottosegretario di Stato nel primo governo Craxi e ministro per quattro volte. L’ultima nel settimo governo Andreotti, ai lavori pubblici. Anno 1991, data dello scandalo: tangenti Anas per le opere autostradali. Prandini incassa una condanna in primo grado a sei anni e quattro mesi, per poi uscirne pulito in Appello. E’ il 2005 e il suo nome torna nei ranghi, combattuto tra la nostalgia del vecchio scudo crociato e l’ostinazione a riprodurne la brutta copia con il Pdc.

Sette anni più tardi, l’8 giugno scorso, il nome dell’ex ministro ed ex onorevole torna nelle parole dell’imputato Andrea Pavone, accusato dalla procura di Milano di aver favorito le cosche attraverso la cogestione della Perego strade. E’ il processo Infinito scaturito dai 160 arresti del 12 luglio 2010. All’epoca l’operazione fotografa la colonizzazione lombarda della ‘ndrangheta. Sulla stampa, il clamore dura pochi giorni. E il processo all’aula bunker di San Vittore non attira taccuini e telecamere. Eppure, Andrea Pavona racconta alla corte una storia inedita sfuggita alle microspie dei carabinieri. Una storia che salda politica e affari, infiltrazioni mafiose e personaggi da intrigo internazionale, come il fantomatico sceicco Ahmed Saaed, “uno con immense disponibilità, con progetti di raffinerie e pozzi petroliferi”. Titolo nobiliare a parte, Saaed è un truffatore che entra in questa vicenda grazie a uno dei factotum del boss Salvatore Strangio.

Sul tavolo c’è la partita degli appalti pubblici. Pavone, che attraverso la Perego tutela gli interessi della ‘ndrangheta, vuole entrare nella Cosbau, impresa trentina con soci austriaci. Nel 2009, la spa, nonostante il fatturato da 66 milioni di euro e nonostante si sia aggiudicata una commessa per la ricostruzione dell’Aquila, è esposta con le banche. Il broker dei clan fiuta l’affare: ricapitalizzare Cosbau facendo entrare gli uomini della ‘ndrangheta. Il gip Giuseppe Gennari lo definirà “un progetto perfetto”, che, però, ha bisogno di qualche milione di euro. Dieci, per la precisione. Denaro che Pavone, dopo una serie di insuccessi, sembra poter ottenere grazie alla mediazione di Roberto Di Bisceglie. L’avvocato è esplicito: “Il gruppo politico che rappresento ha, presso la Royal Bank of Scotland, sede di Londra, depositi azionari per un importo eclatante (…) se vuoi possiamo prestarti noi i dieci milioni”.

La macchina si mette in moto. Pavone lavora su due piani. Da un lato costituisce lo schermo societario per traghettare la mafia in Cosbau, dall’altro lavora di sponda con Di Bisceglie per negoziare titoli della Royal Bank of Scotland. Valore complessivo: i 10 milioni di euro da mettere come ricapitalizzazione di Cosbau. Il gioco prosegue. Ed è un gioco di specchi a scapito dei “soci buoni” della stessa Cosbau. La cordata mafiosa che porta uno sceicco come fiore all’occhiello, crea la Pharaon Group Italia a sua volta partecipata da una fiduciaria svizzera, la Ribot société anonyme, un paravento dietro al quale si celano Pavone e i suoi soci mafiosi. Non sarà però Ribot a entrare in Cosbau, bensì la Pharaon Management Ltd. Il cambio in corsa è dovuto al fatto che negli appalti pubblici deve esserci trasparenza nei soci delle imprese. Poco male, la ‘ndrangheta si prende il 58% di Cosbau.

Sembra fatta. Non sarà così. La costruzione crolla nel momento in cui “i soci buoni” di Cosbau si accorgono che il titolo negoziato dalla Royal Bank of Scotland è fasullo. Di Bisceglie ha bluffato e lo ha fatto da professionista servendosi di un perito iscritto all’Albo dei revisori dei conti che ha certificato la presenza del titolo su Euroclear, il sistema elettronico utilizzato per la custodia dei titoli. Nel frattempo, però, per la sua mediazione “il segretario dell’ex ministro democristiano” intasca oltre 300mila euro. Nel 2010, il gip di Milano disporrà il sequestro di quel denaro e Di Bisceglie finirà indagato per concorso nella bancarotta della Perego strade. I giochi si chiudono, lasciando sul piatto l’inquietante vicenda di rapporti tra la ‘ndrangheta di stampo lombardo e i poteri politici deviati.