Cinquantuno arresti e la sospensione dell’ampliamento di una fabbrica della Sinopec è il bilancio delle ultime manifestazioni ambientaliste in Cina. Questa volta le proteste popolari, aumentate di giorno in giorno, fino a provocare la chiusura della fabbrica oggetto delle contestazioni, hanno avuto come teatro la città di Ningbo. La fabbrica in questione era un impianto petrolchimico del colosso statale Sinopec. L’impianto è il più grande della Cina e doveva ricevere un ulteriore investimento, per il suo ampliamento, di 55,9 miliardi di yuan (circa 6 miliardi di euro).

All’inizio delle proteste in pochi avrebbero predetto il successo, almeno parziale. Ufficialmente infatti il progetto è bloccato, ma non cancellato del tutto. Il sindaco dell’area interessata, del resto, dopo i primi giorni di contestazione era stato chiaro: “Andremo avanti su tutta la linea per cancellare ogni ostacolo che si oppone all’inizio dei lavori di ampliamento dell’impianto di Zhenhai. Ningbo diventerà un polo petrolchimico di prima importanza a livello mondiale”. L’oggetto del contendere è nato dalla pericolosità attribuita alle emissioni di paraxilene (Px) dell’impianto. Il Px è una sostanza che viene ritenuta molto inquinante ed è utilizzata nella produzione di vernici e plastica. L’ inalazione di grandi quantità di Px pare possa provocare danni al sistema nervoso centrale, al fegato e ai reni, aumentando esponenzialmente il rischio di morte. L’impianto della Sinopec emetterebbe ogni anno, secondo quanto riportato dalla stampa locale, già 500 mila tonnellate di Px all’anno. Una cifra che andrebbe ad aumentare in caso di ampliamento dei volumi di lavoro della fabbrica. L’informazione ufficiale però smentirebbe la presunta pericolosità del Px, sostenendo la tesi che la sostanza sarebbe stata “demonizzata” da commenti apparsi on line. 

All’annuncio dell’ampliamento dell’impianto, 200 cittadini di Zhenhai avevano inviato una petizione al governo distrettuale per chiedere lo spostamento dell’impianto petrolchimico. Da lì sarebbe partita la protesta. La tensione sarebbe salita dopo che circa 200 poliziotti, in tenuta antisommossa, sono usciti dal cancello dell’impianto, demolendo striscioni e fermando almeno tre manifestanti, portandoli dentro agli uffici, secondo quanto detto alla stampa locale da alcuni testimoni. Le proteste erano iniziate qualche giorno prima nel quartiere costiero di Zhenhai, dove si trova lo stabilimento petrolchimico e si erano infine allargate nel fine settimana anche a Ningbo. I residenti hanno riferito che le proteste di sabato hanno coinvolto migliaia di persone e che sono diventate violente dopo che le autorità hanno usato gas lacrimogeni e arrestato alcuni partecipanti.  A quel punto forse è arrivato l’ordine da Pechino: fermi tutti, progetto momentaneamente bloccato. L’8 novembre c’è il Congresso, il diciottesimo, e il Partito sembra essere desideroso di calma assoluta, visti i preparativi condotti nella consueta paranoia securitaria. Inoltre anche l’evento di Ningbo testimonia un andazzo ormai frequente in Cina, visto l’impegno del paese per uno sviluppo “verde” come annunciato nel prossimo piano quinquennale: le recenti proteste contro fabbriche inquinanti sembrano avere successo, apparendo spesso come le uniche consentite e vincenti nella Cina attuale.

Lo scorso luglio era toccato agli abitanti di Shifeng – al centro della regione sudoccidentale del Sichuan tristemente nota per il terremoto che l’ha devastata nel 2008 – bloccare i lavori di una fabbrica di rame. Prima ancora era toccato a Dalian, nord est cinese, portare allo spostamento di un impianto petrolchimico. A giugno mille persone riuscirono a fermare un inceneritore a Songjiang, vicino Shanghai, mentre lo scorso anno era toccato a settembre ad un’azienda del ramo dell’energia solare, chiusa a Jiaxing – sempre vicino Shanghai- dopo che alcuni dimostranti avevano protestato contro alcuni elementi chimici utilizzati durante il processo manifatturiero. A dicembre 2011 invece, circa 30mila persone hanno marciato per bloccare la costruzione di una fabbrica a carbone a Haimen, vicino ad Hong Kong. Le proteste, infine, hanno visto nascere una nuova forza, quella dei “nati negli anni 90” supportata anche da intellettuali e dal web e capaci di caricarsi sulle spalle le battaglie ambientaliste del paese, che stando ai dati precedenti, rischiano di diventare un nuovo terreno di scontro tra potere politico e cittadinanza.

di Simone Pieranni