Negli anni ’70 un flusso di denaro proveniente dai traffici di droga di Cosa nostra sarebbe stato investito nelle attività economiche “Milano 1 e Milano 2”, di Silvio Berlusconi. Lo ha raccontato il pentito Gaetano Grado deponendo, nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia, al processo d’appello per concorso in associazione mafiosa al senatore del Pdl Marcello Dell’Utri. Grado, citato dal procuratore generale dopo essere stato interrogato dai pm di Palermo ad agosto, ha anche parlato dei rapporti tra il boss Vittorio Mangano, poi assunto nella villa di Arcore dell’ex premier come stalliere, e Dell’Utri.

Poco più di un mese fa proprio il Cavaliere era stato sentito sui suoi rapporti con Vittorio Mangano nell’ambito dell’inchiesta che vede il senatore azzurro indagato per tentata estorsione: quasi 40 milioni versati in 10 anni e l’acquisto della villa di Dell’Utri sul lago di Como. Durante quella deposizione si era parlato dello stalliere (“una persona perbene”), Tanino Cinà ( sposato con una figlia di un capomafia e imparentato attraverso di essa con con la famiglia del vecchio boss dei boss Stefano Bontade), e del fiume di denaro versato dal Cavaliere sui conti del senatore azzurro, ideatore nel 1993 di Forza Italia. “Mangano e Cinà? Persone apparentemente perbene, dai modi gentili. Era impossibile sospettarne i legami mafiosi”, ha ripetuto l’ex presidente del Consiglio. 

Oggi arriva la dichiarazione del collaboratore: “Mangano mi rispettava e chiese a me il permesso di andare ad Arcore a lavorare. So che a interessarsi per farlo andare lì erano stati Tanino Cinà e Dell’Utri. Dei viaggi a Milano di Mangano, che avrebbe portato i soldi del narcotraffico accumulati dalle famiglie mafiose a Dell’Utri perché li investisse nelle attività di Berlusconi, Grado avrebbe saputo dallo stesso “stalliere” e dal fratello Antonino. Il pentito, che solo nel 2012 ha parlato della vicenda, nonostante più volte sia stato sentito dai pm, non ha saputo indicare, però, circostanze più precise: “quando si trattava di droga – ha detto – non facevo domande perché la cosa mi ripugnava”. Il collaboratore ha anche raccontato che nel 1980 i boss, con l’aiuto di Mangano, misero una bomba davanti al cancello della villa di Arcore come atto dimostrativo. Grado lo avrebbe saputo dal boss Stefano Bontade. A conferma dell’attendibilità del pentito la corte ha sentito anche un altro collaboratore di giustizia: l’ex camorrista Bruno Rossi.