“Evacuate le isole con meno di centocinquanta abitanti”, firmato troika. Nel sessantottesimo anniversario della liberazione di Atene dai nazifascisti (era il 12 ottobre del 1944) i rappresentanti di Bce, Ue e Fmi, impegnati in vertici no stop in queste ore nella capitale ellenica per concedere l’ulteriore tranche di aiuti che eviti la bancarotta della Grecia, accanto a misure draconiane come tagli di dipendenti pubblici e fondi per la sanità, hanno tirato fuori dal cilindro anche questa singolare richiesta, sulla quale in tarda serata c’è stata la smentita da parte del commissario europeo Olli Rehn. Come se quel provvedimento dal sapore amarissimo per chi su un’isola vi è nato e vi lavora possa da solo influire sul mare di debiti che affliggono la Grecia. C’è anche questa dose di assurdità all’interno del pacchetto di misure che sta provocando una rivolta sociale in un paese stremato dal memorandum, con la disoccupazione che sfonda la soglia del 25% e con i dati Unicef che gridano tutto il loro dolore: 400 mila bambini sottonutriti. E che, come confermano fonti ministeriale, potrebbe vedere la luce entro domenica, in virtù di un accordo quasi raggiunto tra governo di Atene e troika.

Il pacchetto comprende tagli alle pensioni per circa 4,9 miliardi di euro nel 2013, oltre a tagli su salari, indennità e prestazioni sanitarie per un ammontare complessivo di 13,5 miliardi di euro in due anni. Al momento il dibattito sarebbe ancora “aperto” sui 300 milioni di euro di tagli alle prestazioni di invalidità. Ma in linea di massima le ottantanove riforme fiscali strutturali proposte dalla troika dovrebbero vedere la luce in parlamento prima dell’eurovertice del prossimo 18 ottobre. Anche se è sulla recessione che si giocherà molto di questa partita: in quanto la troika ha già fatto filtrare la sua posizione in merito. Si aspetta il 5% del Pil nel 2013, mentre la parte greca è ferma al 3,8% del PIL. All’interno del pacchetto finale da 13,9 miliardi dal ministero confermano che vi sarà una clausola di condizionalità, ovvero il fabbisogno di finanziamento che se effettivamente approvato, potrebbe essere propedeutico alla famosa proroga di un biennio (come ha lasciato intendere ieri anche il direttore dell’Fmi Christine Lagarde), e per complessivi 12 miliardi di euro. Su cui ancora pesa ancora il veto di Berlino. Il ministro delle finanze Schaeuble per ben due volte da Tokyo ha infatti ribadito che “non c’è alcuna alternativa alla riduzione del debito degli Stati della zona euro”.

Intanto nel giorno in cui anche la Coca-Cola Hellenic, la più grande azienda di imbottigliamento della Grecia, decide di trasferirsi in Svizzera, a causa delle tasse e del fatto che le banche hanno chiuso i rubinetti alle imprese, nelle maggiori città del Paese il termometro sociale resta caldissimo. La confederazione nazionale dei Commercianti e Artigiani ha annunciato di avere aderito allo sciopero generale di giovedì 18 ottobre, indetto dalle sigle sindacali Adedy e Gsee, proprio in coincidenza con l’eurovertice di Bruxelles. Tutte le saracinesche delle attività commerciali saranno abbassate per protestare contro la “drastica riduzione dei redditi, l’elevata e irrazionale tassazione e la forte diminuzione della domanda che distrugge le aziende e i posti di lavoro”, scrivono le forze sociali sui rispettivi siti internet. Il consiglio nazionale del Gsee rileva che i recenti dati dell’Autorità di statistica sulla disoccupazione sono il frutto “tragico della politica di austerità attuata selvaggiamente dalla troika e dal governo”. Anzi, indicano la percentuale effettiva non al 25,1% così come riferiscono i media bensì del 30% e con previsioni desolanti. Mentre la disoccupazione sta strangolando la società greca e la recessione raggiunge almeno il 7% la sfida sociale, rilevano, è da ritrovare in un’ulteriore “emorragia di lavoratori e di pensionati”.

Per queste ragioni tra sei giorni il paese sarà ancora una volta paralizzato da una mobilitazione generale. Ma il momento di difficoltà complessivo è percepito nettamente dai cittadini, come rivela l’ultimo sondaggio diffuso oggi dal canale televisivo Skai: quasi la metà dei greci (48%) ritiene che, se le elezioni politiche si svolgessero oggi, a vincerle sarebbe il partito di opposizione Syriza guidato da Alexis Tsipras. Ma allo stesso tempo il 32%ritiene che l’attuale coalizione di governo sia preferibile. Inoltre l’83% si dice certo che le nuove misure di austerità avranno il “sì” del Parlamento. Mentre l’80% ha risposto di ritenere che le cose in Grecia “vanno verso la direzione sbagliata” e il 72% si dice contrario al “minimonio” firmato da Atene con i creditori internazionali. La stessa percentuale, il 72% ha ammesso di trovarsi in forti difficoltà economiche.

Uno scenario su cui potrebbe filtrare un po’di luce dall’annuncio apparso sull’agenzia di stampa Bloomberg che, dopo un biennio di inchieste e di rumors in questo senso apparsi anche sulla stampa ellenica, ammette che la Grecia ha il potenziale per diventare il più grande Paese europeo produttore di oro entro il 2016. La presenza di giacimenti di oro e di argento è un dato di fatto, come testimoniano molti sopralluoghi (anche di società estere) già effettuati in svariate località del paese, come la penisola Calcidica. Secondo Bloomberg però l’ostacolo si chiama burocrazia: molte aziende che cercano di entrare nel settore devono scontrarsi con la difficoltà nell’ottenere autorizzazioni, con un aggravio di tempi che fanno lievitare i costi. La società canadese Goldfields pare abbia tentato per più di cinque anni di ottenere la necessaria licenza mineraria ma senza risultati.

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