Ho diverse amiche archeologhe e, sentendole parlare, tocco tristemente ogni volta con mano il disastro dei beni culturali ed archeologici in Italia, dovuto al persistente disinteresse della mano pubblica.

E’ cosa arcinota, l’Italia possiede il più grande patrimonio artistico e culturale di tutto il mondo, costituito da più di 3400 musei, 2100 parchi archeologici e 43 siti Unesco. Paesi con un patrimonio ben minore rispetto all’Italia ricavano ben maggiori ritorni in termini di immagine e di economia. In  Italia la tutela e la valorizzazione (qui sì che si può parlare di valorizzazione, non per le lottizzazioni al mare o ai monti…) del patrimonio è sempre stata una cenerentola. Parchi archeologici abbandonati a se stessi, mancanza di controlli, con conseguenti saccheggi, mancanza di fondi per conservare e far venire alla luce, ed in compenso soldi sperperati in iniziative inutili o volte solo a foraggiare privati amici, sono tutte cose risapute. Per chi vuole farsi un’idea al riguardo, consiglio il libro “Vandali” di Stella e Rizzo.

Per denunciare una situazione che non è fuori luogo definire “agonizzante”, il 27 settembre scorso si è svolta a Roma una giornata di mobilitazione, riflessione, protesta organizzata dall’Associazione Bianchi Bandinelli sul precariato giovanile (e non solo) nell’ambito dei beni culturali.  Perché, ovviamente, lo stato di malattia del nostro patrimonio si riflette a sua volta negativamente su quei pochi coraggiosi che con quel patrimonio vorrebbero lavorare. È stata così denunciata pubblicamente la triste situazione in cui versa il precariato (ormai non si parla più per i giovani di lavoro stabile, anche questo è noto) nell’ambito dei beni culturali, con giovani laureati, specializzati o plurispecializzati costretti a neppure sopravvivere con paghe da 5 o 10 euro lordi all’ora (meno che una donna di servizio). Quando trovano lavoro, beninteso…Eppure il loro apporto è stato ed è essenziale in tanti musei, con attività didattiche essenziali per la crescita culturale di una nazione, negli interventi di archeologia preventiva e di emergenza, per non parlare di biblioteche ed archivi.

Sono decenni che chi ha a cuore il nostro patrimonio denuncia con forza il degrado, eppure cambiano i governi ma i beni culturali restano una cenerentola, e manca altresì qualsiasi coordinamento tra ministri che dovrebbero invece collaborare, quale quello appunto ai beni culturali e quello al turismo. Esemplare il fatto che nel “governo dei tecnici”, quale l’attuale, a ricoprire il ruolo di Ministro per i Beni e le Attività Culturali ci sia un non-esperto come Lorenzo Ornaghi, laureato in Scienze Politiche, rettore dell’Università, privata, Cattolica di Milano e professore ordinario di Scienza politica. Ed ancora più esemplare appare il fatto che sempre il “governo dei tecnici” abbia tagliato i tecnici (!): infatti la spending review prevede la soppressione dei comitati tecnico-scientifici ministeriali. Così non ci saranno più storici dell’arte a stabilire se un’opera può affrontare il viaggio verso una mostra od urbanisti a ragionare sull’opportunità che Pierre Cardin costruisca una torre alle porte di Venezia. Per il Turismo è stato nominato ministro uno come Piero Gnudi, che di Turismo non ha alcuna competenza. Questa è la considerazione in cui il governo dei tecnici tiene le bellezze della nostra terra…