Esiste un rione a Napoli che si chiama Forcella. E’  periferia del Centro storico della città. E’ un paradosso che avvolge da almeno mezzo secolo il dedalo di viuzze che s’inerpicano all’ombra del Duomo. Ti addentri con il piglio dell’esploratore. C’è via Vicaria Vecchia che da piazza Crocelle ai Mannesi corre veloce fino a sbattere contro una biforcazione: via Forcella e via Giudecca Vecchia. Una “Y” delineata da budelli strettissimi e avvolti da segreti e da antiche tradizioni di malavita. La camorra si respira. I clan da queste parti sono più importante del Comune, della Regione e della Provincia. Lo Stato a Forcella si chiama Antistato e coincide con i cognomi delle “Famiglie” che contano.

Sfreccia un primo scooter, rallenta quasi si ferma. Il passeggero ti pianta gli occhi addosso. Lo sguardo è penetrante. D’istinto abbassi il viso. Ti senti schiaffeggiato. E’ l’approccio. Per inerzia giunto all’altezza delle aiuole abusive, costruite per volere del boss Luigi Giuliano detto o’ Re, viene incontro un giovane: è tarchiato, tatuato e minaccioso. Chiede: chi stai cercando? Chi sei? Ti serve qualcosa? E’ il  “check in” del vicolo. Balbetti parole inanellate che senso non hanno. Neppure ti ascolta. Come uno spettro scompare nel dedalo inestricabile che fa somigliare Forcella alla casbah. Fuori al bar c’è il solito capannello. “Il Napoli doveva vincere. Tenevo due base sulla bolletta…”. Sono chiacchiere con il doppio fondo. Vedette stipendiate. Sono la scenografia. Devono stare li. Occupare spazi e far finta di niente. Più avanti c’è una donna e tre uomini. Non si muovono. Sembrano statue di cera.

Un Sh Honda fa un paio di slalom, al conducente spunta sotto al giaccone un camice e tra le gambe tiene bloccata la spesa da consegnare. Quale poliziotto fermerebbe un barista, un fruttivendolo, un salumiere, un macellaio, un pizzaiolo su di un mezzo a due ruote? Ma è davvero il garzone del bar, del fruttivendolo, del salumiere, del macellaio, della pizzeria? Sono tanti i trucchi per trasportare e smerciare la droga. Il mercato degli stupefacenti a Napoli ha la stessa ricaduta occupazionale di uno stabilimento della Fiat con mercato in espansione. E’ “normale” stare nella droga. E’ un lavoro in eredità: di generazione in generazione. Un operatore dei servizi sociali del carcere di Poggioreale mi spiega: “E’ capitato di avere in tre celle differenti il nonno, il figlio e il nipote. Tutti arrestati per reati di stupefacenti”.

Accelero il passo. Con la coda dell’occhio catturo scene che sembrano colore. Un paniere tra i panni stesi scende veloce da una finestrella. Un tizio lo agguanta a volo. Il movimento è istintivo. Una manovra appresa.  Uno scatto nervoso. Il passaggio è veloce. Non è successo nulla. E’ una  compravendita. Non deve lasciare tracce. Non bisogna farsi trovare con la “roba”. Vendere qualche dose di stupefacenti – da queste parti  non è percepito come un reato – è un lavoro socialmente accettato. Dov’è lo scandalo? E’ il reddito minimo garantito dalla criminalità. E’ un ammortizzatore sociale. Capita che interi nuclei familiari, pensionati, casalinghe, insospettabili impiegati per arrotondare si arruolino per un “posto” nell’indotto dello spaccio. Non è semplice inserirsi: occorre la raccomandazione del “luogotenente” del boss. Con la crisi economica stringente e lo spread schizofrenico diventa un “lavoro” ambito: c’è il fisso e lo straordinario. A volte anche il regalino.

La catena dello smercio è lunga. Per i ruoli intermedi non si rischia tanto. Bisogna stare attenti. Agire con discrezione. Non fare chiacchiere inutili. Non destare sospetti. Sorridere e canticchiare. Le tipologie sono diverse. I più fortunati – in assoluto – fanno  il “secchio”.  La polizia non deve trovare la “roba”. Il pusher deve avere addosso solo la modica quantità. Scarse un paio di dosi. Allora dietro di lui ci devono essere  almeno due linee: la base e la sponda. Li chiamano i “dormienti”. Sono i custodi stipendiati. Ricevono il “dono” dagli stoccatori che a loro volta sono riforniti dal dettagliante. Le sostanze devono stare vicina allo spacciatore. Il cliente non deve aspettare. La concorrenza è agguerrita. Il collegamento base-sponda-pusher dev’essere breve.

Se scatta il blitz,  le guardie vengono fin dentro casa. E neppure sai il perché, il percome, il perquando… occorre perdere tempo. Il poliziotto deve aspettare. La prima cosa che fa un agente esperto -in questi casi- è controllare lo sciacquone: se carica, se prende acqua significa che al 90 per cento qualcuno ha gettato di fretta e furia la droga nel water. Scatta l’ispezione nelle fogne. La polizia trova la sostanza e buonanotte ai suonatori. A Napoli si dice: perdi a “Filippo e il paniere”. Allora che fare? Basta tenere a portata di mano un secchio d’acqua. All’occorrenza si getta nel gabinetto. Il controllo è negativo. Nessuno sa niente,  nessuno si prende collera.  

Forcella non è come Scampia. La vendita è più artigianale, artistica e vede il coinvolgimento attivo e passivo di tutti i residenti : disonesti e onesti. C’è un vissuto e un atteggiamento antico ereditato dal mercato delle sigarette di contrabbando poi maturato con la merce contraffatta e poi l’evoluzione finale con la droga. Ci si vive e cresce dentro. Chi immaginerebbe che un alunno con lo zaino sulle spalle, un neonato in un passeggino, un netturbino che ramazza la strada, un gruppo di anziane di ritorno dalla spesa  sono “usati” come corrieri? Chi sospetterebbe su di un’ambulanza ferma in un vicolo che invece di soccorrere il malato trasporta partite di stupefacenti? Chi cercherebbe dosi nascoste in una cappella votiva, in una cassetta delle poste, in un vano di un ascensore, in un contatore Enel, dietro la statua di un Santo, sotto il cassonetto dei rifiuti?

Vedi da un basso una vecchiarella che ti guarda e pensi : Napoli però è sempre la stessa. Ti commuovi quasi. La nonnina è più tranquilla adesso: il “forestiero” è andato via. Nel suo monolocale fronte strada in una borsa custodita nel vecchio comodino è nascosto un pacchettino con 200 dosi di cocaina. Lei, così, aiuta i suoi adorati nipoti.