Mi capita spesso di chiedermi se l’Italia sia un paese per donne?! Una domanda persino banale tanto è ovvia la risposta, la stessa però che darebbero la maggior parte delle italiane.

Se penso alla tenacia dell’universo femminile, all’impegno che tante donne mettono nello studio, ai risultati che ottengono nel mondo della scuola e dell’università e a quanto poco, poi, tutto questo si trasformi in carriere di successo, posizioni dirigenziali nelle aziende, presenze forti in politica …mi vien da pensare che il nostro Paese avrebbe bisogno di una vera e propria azione rivoluzionaria, culturale se vogliamo dirla in politichese ma capace di una forza d’urto che solo moltissime donne unite potrebbero rendere possibile.

Oggi siamo alle prese con una crisi economica tremenda, eppure basta il confronto con i Paesi europei più avanzati per verificare come grazie al lavoro delle donne il nostro Pil crescerebbe di diversi punti percentuali. Invece registriamo ogni giorno in modo scandalosamente passivo storie di giovani preparatissime che soccombono nel mondo del lavoro: penso alle precarie croniche, tante, troppe, ragazze costrette a rimandare all’infinito la maternità per non perdere l’impiego o a quelle che scelgono di averli i figli e poi rinunciano al lavoro perché non possono fare altrimenti, visto che nella maggior parte d’Italia non si fanno politiche a sostegno delle famiglie.

E come donna, madre e futura nonna mi offende sentire le parole di qualche nostra stimata parlamentare che afferma come sia necessario modificare la nuova legge sulle pensioni per permettere alle donne di occuparsi dei propri nipoti e del lavoro di cura di genitori anziani. Davvero sono le donne in pensione che devono supplire a quanto lo stato e i governi non sono stati in grado di garantire?

Mi spiace ma io non la penso così. E per questo sono convinta che ci vogliano più donne al governo del nostro Paese, invertendo una situazione francamente scandalosa di sottorappresentanza. Servono donne che sappiano dove stanno le difficoltà della vita di tutti i giorni, che non siano vissute di paillettes e lustrini prima di sedere sulle rosse poltrone di comando né che facciano politica da talmente tanto tempo da non sapere più cos’è la vita quotidiana. Donne che lavorano, amministratrici, professioniste che per un po’ diano il loro contributo generoso al Paese.

Perché questo accada serve un sistema di regole elettorali “women friendly” che permetta un riequilibrio della rappresentanza di genere. Nella mia regione mi sono battuta molto su questo e oggi abbiamo una legge elettorale che prevede liste 50/50, e in caso di inadempienza cassazione della lista, senza mediazioni. Certo bisogna fare di più.

Su tutti i problemi che riguardano le donne in Italia, però, il più aberrante è sicuramente il fenomeno crescente della violenza. Finalmente, nei giorni scorsi, abbiamo fatto un grosso passo in avanti anche grazie all’impegno del Pd e in particolare delle democratiche. La ministra Elsa Fornero ha promesso di firmare la Convenzione di Istambul, uno strumento internazionale giuridicamente vincolante che ci permetterà di proteggere meglio le donne dalle violenze che incontrano ogni giorno e che sarà la base su cui andremo a disegnare un’insieme di leggi e strumenti per la prevenzione, l’azione giudiziaria, il supporto alle vittime e l’apertura capillare su tutto il territorio nazionale di case di fuga. Fermare il femminicidio è una priorità.

Anche pensando a tutto questo ho ritenuto fondamentale che ci fosse una rappresentanza femminile all’interno di una competizione che si presentava tutta al maschile. E mi sono candidata, alla faccia di chi pensa che le primarie non siano affare per donne.

Non sono una calata dall’alto, sono stata sindaca di una cittadina in terra leghista, ne vado fiera! Non ho grandi banche e finanziatori eccellenti alle spalle ma spero nelle persone e, perché no, nei sogni delle ragazze.