Ringrazio Fabio per il suo post sull’impraticabilità di un referendum sull’Euro, perché ci offre l’occasione di un confronto.

In questi mesi, il dibattito sull’economia ha avuto un’evoluzione. La vastità, la profondità, la pericolosità della crisi europea, la sua unicità hanno reso evidente che il problema nasce dall’Euro. Appena fuori dall’Eurozona, Danimarca e Polonia vanno benissimo. Il Giappone, con il 180% del debito/Pil cresce al 3,4% con solo il 4% di disoccupati. Moltissimi paesi con problemi strutturali più gravi dei nostri crescono veloci: il Ghana di oltre il 10% l’anno, ecc.. Ma Spagna e Portogallo vanno male (per problemi originariamente causati dai capitali tedeschi con l’avvento dell’Euro) pur avendo un debito pubblico più basso della Germania. L’evoluzione del dibattito mi evita di dover tornare su tutto ciò.

L’Euro, dunque, è disfunzionale. Le sue regole e le sue istituzioni furono create negli anni “90 sulla base della teoria macroeconomica neoclassica (di cui Fabio, come Mitt Romney è un convinto assertore). Questa teoria ha un problema: non ritiene possibile un crollo, per di più duraturo, della domanda aggregata e dell’occupazione (Lucas: ‘la disoccupazione o è solo settoriale, o è volontaria’): perciò non offre terapie in casi simili. Ma nel 2008 il crollo c’è stato. Mentre il resto del mondo ha avuto la possibilità di reagire, l’Eurozona no, perché le sue istituzioni (e la cultura dei responsabili) non sono attrezzate all’uopo. Allora che si fa?

Vi sono tre risposte possibili, che dividono i commentatori, anche del Fatto Quotidiano:

1) Tenersi l’Euro così com’è, con la crisi, per molti anni ancora (Scacciavillani).

2) Riformare  l’Euro, le sue istituzioni e regole, dopo aver riconsiderato le teorie alla base. E risolvere la crisi in fretta, mantenendo l’Euro. (La mia preferita)

3) Uscire dall’Euro e affrontare la bufera, per non soffocare lentamente (Bagnai)

Fino a pochi mesi fa, la prima ipotesi era basata su argomenti positivi: ‘Faremo ripartire la crescita’, ‘Faremo scendere gli spread’, ecc. Ma la realtà è stata brutale: la recessione e l’avvitamento degli spread e dei conti pubblici hanno tolto ogni credibilità a questi argomenti. Sono rimasti gli argomenti negativi: ‘le alternative sono impraticabili’, ‘questa crisi è il migliore dei mondi possibili’. Questi argomenti, che Bagnai definisce ‘terrorismo psicologico’, sarebbero da prendere sul serio se fossero veri. Lo sono?

La mia prima richiesta è stata una BCE che accettasse apertamente il ruolo di ‘prestatore di ultima istanza’ degli Stati nazionali. In contrasto con le tesi di Fabio, affermavo che gli spread sarebbero crollati senza alti costi per la BCE. Lo scorso Luglio la BCE è stata costretta a rompere con la ‘lettera’ dei Trattati, e a intraprendere quella strada. In “Draghi spara solo coriandoli” Fabio sostenne che il tentativo di piegare gli speculatori sarebbe fallito. Ma da allora le borse hanno segnato +30%, gli spread sono crollati. Fabio aveva inoltre espresso il timore che una simile svolta avrebbe comportato la monetizzazione dei debiti e l’iperinflazione “come in Zimbabwe”. Ma la BCE non ha ancora speso un euro.

La mia (e di altri) seconda richiesta era: stimolate la domanda, fate politiche per l’occupazione. Ed è sorta una strana asimmetria: noi non avversiamo le politiche dell’offerta; Fabio e l’establishment EU avversano strenuamente le politiche della domanda. Vorrei poter entrare nella loro testa per capire il perché. Sia come sia, il risultato è quello da noi previsto: spirale negativa, disoccupazione, degrado dell’offerta (!), debito in crescita. Dalle parti di Italia Futura si avverte lo stesso disprezzo per le politiche della domanda. Eppure Milton Friedman aveva liberato i conservatori da questa perniciosa avversione. Le riforme strutturali si possono fare lo stesso, anzi meglio, se c’è l’occupazione; e l’Italia ha gran bisogno di una destra non solo ‘nuova’, ma anche seria.  Ho scritto che la crisi finanziaria è risolvibile in una settimana e quella economica in sei mesi. La Storia mi da ragione. I recenti sviluppi sui mercati finanziari lo confermano.

Nell’ultimo post Fabio se la prende con l’ipotesi 3. Ma, come in altre occasioni, si confronta non con le migliori tesi (o rappresentanti) della controparte, bensì con quelle peggiori e più facili da ridicolizzare. L’analisi di Fabio è esatta, scontata. Ma il punto è quello sollevato da un suo commentatore, che si firma xxx: “Non provo alcuna stima verso i personaggi citati nell’articolo … e un’uscita dall’euro … [senza] preparazione… sarebbe senza dubbio improvvida. Tuttavia, non posso non constatare che … l’unica argomentazione portata a favore dell’euro è un generico ‘perché senza sarebbero guai!’” Cos’ha dimostrato Fabio? Non certo che uscire dall’euro è sbagliato. Per farlo, deve confutare le proposte migliori! E se gli ‘incompetenti’ si immischiano in ‘questioni più grandi di loro’, non sarà anche un po’ colpa dell’autismo degli economisti?