Il 2 Marzo 1933, a tre giorni dal passaggio dei poteri, il Presidente americano Hoover indirizzò a Roosevelt una lunga lettera: lo supplicava di continuare con le politiche di rigore fiscale e monetario: le uniche in grado di “ristabilire la fiducia”. Mentre scriveva, il panico raggiungeva l’apice. L’intero sistema bancario collassò: le banche chiusero per 10 giorni. Ma Roosevelt aveva altre idee; e a chi gli diceva “Non si può fare!” rispondeva: “Chiacchiere!”. Giovedì 9 Marzo produsse un Emergency Banking Act e cambiò lo Statuto della banca centrale. Si consentiva alla FED di stampare moneta (in cambio di garanzie bancarie), e al governo di obbligare la FED ad aiutare le banche, cioè a fare il prestatore di ultima istanza. Implicitamente, i depositi venivano garantiti. Il 13 le banche riaprirono: nessuno sapeva cosa sarebbe successo. Quel giorno si formarono lunghe file davanti agli sportelli: la gente andò… a depositare. La borsa segnò +15%. Quella settimana 1,2 miliardi (su 3) tornarono sui conti bancari: i mercati finanziari avevano votato.

Restava la depressione, in presenza della quale il salvataggio delle banche sarebbe risultato effimero. I consiglieri del Presidente erano tutti contrari ad abbandonare il gold standard, la “moneta comune”: simbolo e garanzia di disciplina monetaria. Perciò Roosevelt – affidatosi a un oscuro economista di Cornell – li informò a cose fatte: “A proposito … fatemi le congratulazioni. Domani lasciamo il gold standard!”. La nuova legislazione apriva le porte all’espansione monetaria. R. Moley ricorda: “Nella stanza ovale esplose il finimondo… Feis fece un gesto come per mollare tutto. Douglas era in preda all’orrore. Warburg disse chiaro e tondo che quel decreto era demenziale e irresponsabile. Solo Roosevelt rimase calmo”. I consiglieri analizzarono tutta la notte gli impatti sulla credibilità del governo, sul dollaro, ecc.., Douglas si congedò con un “Beh, questa è la fine della civiltà occidentale”. Nei tre mesi successivi la svalutazione, la politica monetaria espansiva, la fiducia ritrovata, l’attesa di un ritorno dell’inflazione spinsero in alto produzione industriale (+50%), di auto (+95%), ordinativi (+90%), borsa (+100%). 

Roosevelt non solo non temeva l’inflazione – l’economia era troppo depressa per una spirale prezzi-salari -, la cercava. Aveva notato una correlazione fra depressione e deflazione, e si era convinto che la chiave per uscire dalla crisi era proprio un temporaneo aumento dell’inflazione. I suoi consiglieri gli spiegarono che era la depressione a causare la deflazione, non viceversa: ma fu inutile. Roosevelt, naturalmente, aveva ragione, ma gli economisti keynesiani l’avrebbero dimostrato matematicamente solo nel 1999.

Il Glass Steagall Act (Giugno) formalizzò la garanzia sui depositi (fino a $2500). Per contrastare il moral hazard delle banche il GSA regolamentava strettamente l’attività bancaria. Ne emerse un sistema basato su tre pilastri:

 -Assicurazione pubblica dei depositi bancari 

 -Regolamentazione e trasparenza delle banche, vigilanza 

 – Banca centrale prestatrice di ultima istanza

Quest’assetto sostituì definitivamente la “disciplina del mercato”, si diffuse in tutto il mondo, e regalò ottant’anni di stabilità. La garanzia dei depositi preveniva le crisi “di liquidità”; la regolamentazione contrastava il moral hazard (all’origine di molte crisi “di solvibilità”); le banche centrali “prestatrici di ultima istanza” garantivano la stabilità sistemica.

Dopo il 1980, la spinta alla deregulation ha consentito in America lo sviluppo di vasti settori finanziari – shadow banks (banche ombra) – non soggetti alle regole e alla vigilanza bancaria, e privi della garanzia sui depositi (repo). L’idea di fondo era la stessa del sec. XIX: la disciplina del mercato impedirà investimenti troppo rischiosi: non ci saranno crisi, purché sia chiaro che – in caso di problemi, lo Stato non interviene. (Bush nel 2008 lascerà fallire Lehman). D’altronde, non viviamo in un mondo più evoluto e sofisticato? Le nostre splendide Agenzie di Rating non controllano tutto? Bush indebolì la Vigilanza. Si tentò di riportare la finanza – il mondo – indietro nel tempo, al sec. XIX, o al 1929. Con i medesimi risultati: la crisi dei mutui subprime è nata proprio nel shadow banking. Dal Sett. 2008 al Marzo 2009 la svendita di titoli in mano alle banche – in risposta all’impennata della domanda di liquidità del pubblico – affondò i valori mobiliari e immobiliari, coinvolgendo anche istituti sani. Restava la FED, prestatrice di ultima istanza: che fermò il panico; ma per la recessione era ormai tardi.

Oltre allo shadow banking americano, esiste un’altra grande area della finanza mondiale che è tornata indietro di almeno cent’anni. Dove la crisi continua a imperversare. E’ l’Eurozona. Le obbligazioni emesse dagli Stati sovrani sono un mercato enorme, circa $10 trilioni, senza paracadute. Il sistema bancario, almeno, sembra godere di una certa protezione, ma la situazione anche qui non è chiara. La BCE ha affrontato due crisi di liquidità: prontamente nel 2009; meno prontamente nel 2011 (da essa stessa causata). Ma fuga dai depositi dalle banche dei PIIGS continua, ed alimenta il credit crunch; il panico è strisciante, ma palpabile. La crisi di liquidità, infatti, è solo un sintomo; il problema è la “solvibilità”. Che dipende dal deterioramento della qualità dei crediti bancari verso imprese e Stati sovrani.

(Continua)

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