Antonio Ingroia sta per partire. Dice che dall’indagine condotta a Palermo con i suoi colleghi non è ancora emersa tutta la verità ma che, oggi, quell’indagine è il massimo risultato realizzabile. Poi aggiunge:“Il futuro è nelle vostre mani”.

Ingroia collaborerà con la Comisión Internacional contra la Impunidad en Guatemala  (CICIG), un’entità indipendente voluta dal governo guatemalteco e nominata dall’Onu. La CICIG ha il compito di indagare sulla presenza e l’attività di gruppi paramilitari, corpi illegali e apparati di sicurezza clandestini, allo scopo di smantellarli e disperderli. Si tratta di unità create ai tempi della guerra civile e collegate ai servizi segreti, che avrebbero dovuto essere eliminate e che invece continuano ad agire impunemente, commettendo gravissimi crimini, mantenendo uno stretto vincolo con l’apparato statale e infiltrandosi in posizioni di potere. In particolare, è proprio l’aspetto della contiguità con il potere che rende questi gruppi simili alla criminalità organizzata di tipo mafioso.

L’attuale commissario, Francisco Dall’Anese Ruiz, già procuratore generale del Costa Rica, appena giunto in Guatemala, per non creare illusioni, ha voluto indicare i limiti della CICIG: “La Commissione, alla fine, non ha facoltà di decidere. Propone delle leggi, ma dipende dai legislatori del Guatemala farle approvare, compila rapporti tematici di cui tener conto nell’indirizzare le politiche pubbliche, ma dipende dal presidente adottarle, porta alcuni casi a processo, ma le condanne dipendono dai giudici del Guatemala. Dunque gli effetti del lavoro della Commissione dipendono da variabili che le sono estranee. Se il Guatemala non si crea una forza di polizia professionale, in grado di proteggere vittime e testimoni, e un sistema di giudici e procuratori indipendenti, non c’è Commissione che tenga. E’ come se la CICIG volesse corteggiare una ragazza: tutto poi dipende da lei”.

Vale anche per la ragazza Italia: il suo futuro è nelle sue mani.

Non molto tempo fa, a questo giornale, Andrea Camilleri spiegava: “Siccome chi ha trattato con la mafia è ancora al potere, non possiamo certo illuderci che si dia da fare per far emergere la verità”.  Lo stesso ragionamento illustrato sei anni fa dal vicepresidente del Guatemala, Eduardo Stein, quando il governo guatemalteco, impotente davanti al montare di violenza e corruzione, decise di rivolgersi all’ Onu per ottenere aiuto contro le infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto delle istituzioni: “Ormai, chiedere al sistema giudiziario di autoriformarsi è utopico, come mettere alla catena un cane legandolo con una stringa di salsicce” spiegò Stein.

Il primo commissario, il magistrato spagnolo Carlos Castresana, nominato nel 2007, dovette affrontare subito il problema  della “collaborazione” offerta dai gruppi criminali locali ai cartelli della droga provenienti dal Messico e dalla Colombia, che trovano conveniente insediare i loro traffici in Guatemala grazie alla debolezza dei suoi organi di giustizia e polizia (decine di omicidi al giorno e un tasso di impunità dei reati del 98%).

Castresana ha resistito in Guatemala per quasi due mandati ma, dopo il successo di alcune indagini che hanno coinvolto alti papaveri, sono arrivati attacchi personali e pesanti critiche alla Commissione e, nel giugno del 2010, Castresana ha dato le dimissioni: era stato nominato ministro della Giustizia Conrado Reyes, ritenuto inadatto dal magistrato spagnolo, che lo accusava di mantenere contatti con studi legali i cui clienti erano membri della criminalità organizzata coinvolta nel narcotraffico e nelle adozioni illegali. Secondo Castresana, Reyes, appena nominato, si era affrettato ad effettuare sostituzioni nella squadra di impiegati del pubblico ministero che avevano lavorato con la CICIG, compresi quelli della delicata sezione delle intercettazioni telefoniche, e aveva avocato a sè casi ad alto impatto, come quello di un ex procuratore accusato di ostacolare le indagini.

Francisco Dall’Anese, il nuovo commissario, ha incontrato Antonio Ingroia nel novembre scorso, in Guatemala, in occasione della presentazione di un libro,  “Herramientas para combatir la delincuencia organizada”, che ospita, fra gli altri, un contributo del magistrato siciliano e, il 19 luglio, nel ventesimo anniversario della strage di via D’Amelio, ha analizzato e illustrato in una conferenza presso l’Istituto Italiano di Cultura, i metodi di indagine e i risultati raggiunti dalla procura di Palermo (Fighting the Mafia: lessons learned).

Sono state le indagini di Ingroia sulle relazioni della mafia nel mondo della politica e dell’economia e i suoi studi sul traffico internazionale di stupefacenti, il traffico di esseri umani e il riciclaggio di capitali che hanno attirato l’interesse della CICIG, che gli ha proposto di guidare la sua unità di indagine.

Ingroia collaborerà con un nuovo organismo, creato da una legge recentissima: la  Dirección General de Investigación (Digicri), la cui istituzione è stata salutata con favore della CICIG, perché riceverà ordini solo dal pubblico ministero, pur dipendendo dal ministero dell’Interno per quanto riguarda l’inquadramento amministrativo.

Anche in Italia l’art. 109 della Costituzione sancisce che “L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria” ma, invece di tenercelo stretto, preferiamo fare il contrario del Guatemala e proporre di cambiarlo così: “Il giudice e il pubblico ministero dispongono della polizia giudiziaria secondo le modalità stabilite dalla legge”. Ed è facile immaginare che tipo di legge potrebbe approvare un parlamento che non gradisce il controllo di legalità.