Un ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato, che mente. E un ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, che tramò perché fosse normalizzato il rapporto con la mafia. In quella stagione di stragi e misteri che, a distanza di 20 anni, è al centro di un’inchiesta e che fa ancora discutere. Sono macigni le affermazioni dell’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, e dell’ex ministero dell’Interno, Enzo Scotti, davanti alla commissione parlamentare antimafia. “Lui era il dominus, colui che regnava”, anche se non isolato ma con “un consenso più ampio… scelse Conso, Amato, Mancino e Capriotti”. Il lui in questione per l’ex Guardasigilli socialista è Scalfaro indicato così come il protagonista della “regia che ci fu” per la “normalizzazione del rapporto con la mafia”. Una regia che, con l’obiettivo di fermare le stragi, passò anche per l’estromissione dall’esecutivo dei “politici che avevano esagerato nel contrasto”. Quella trattativa che è oggetto della indagine della Procura di Palermo. Un’inchiesta in cui  Nicola Mancino, il politico che prese la poltrona di Scotti, oggi è imputato per falsa testimonianza. 

In una lunga audizione l’ex delfino di Bettino Craxi ribadisce il suo j’accuse arrivando a parlare di “capitolazione” di “un cedimento dello Stato più che una trattativa” il tutto “nell’illusione di fermare le stragi”. E di questo disegno Scalfaro fu, secondo lui, il regista potendo contare, tra l’altro, su “diversi radar sensibili visto che era stato ministro degli Interni e che conosceva e aveva continuato a coltivare i rapporti”; visto che “il capo della polizia (Vincenzo Parisi che, tra l’altro Martelli accusa di avere avuto un “atteggiamento ondivago” sul decreto con il 41 bis, ndr) gli era devoto”.

“Aveva la forza di convincere ma aveva anche un consenso più ampio: Parisi, Capriotti (Adlaberto ex direttore Dap, ndr), non voglio dire di Mancino ma penso di sì” e “con il presidente Amato”. Quest’ultimo, nel racconto dell’ex ministro, era fortemente condizionato dall’allora capo dello Stato. “Gli chiesi – ricorda Martelli – perché sostituiva Scotti e mi disse che era perché glielo chiedevano il presidente della Repubblica e il capo della Dc, gli dissi di opporsi e mi rispose: ‘Non scherziamo il governo non nascerebbe nemmeno se facessi una cosa del genere”. In avvio di seduta Martelli ha anche riassunto quello che fu il suo comportamento di allora. “Non ho mai parlato – ha detto – all’epoca di trattativa e non mi sono espresso così quando parlai con Mancino e gli riferii di un atteggiamento anomalo del capitano dei Ros Giuseppe De Donno che disse, anche a nome di Mori, che avevano agganciato Vito Ciancimino allo scopo di evitare le stragi e ottenere una pista per la cattura di latitanti”. Di questo atteggiamento “anomalo” spiega che informò Paolo Borsellino e Mancino. “Non mi parve – sottolinea – una questione di cui investire il presidente del Consiglio Amato che aveva come priorità la crisi finanziaria”. Sempre da De Donno, prosegue Martelli, venne fatta pervenire in seguito la richiesta di Ciancimino di un passaporto: “Io chiamai il procuratore generale di Palermo Bruno Siclari, dicendogli che a mio parere eravamo fuori dal seminato”, tra l’altro “Falcone mi aveva parlato della pericolosità di Ciancimino (che chiamava il più politico dei mafiosi e il più mafioso dei politici) e quindi concedergli l’espatrio mi sembrava privo di senso”. Siclari fece arrestare nuovamente Ciancimino.

“Amato non posso accusarlo di spergiuro, ma posso dire che ha mentito” afferma Martelli commentando il fatto che Giuliano Amato in commissione Antimafia ha detto di non ricordare una conversazione in cui riferì a Martelli di presunte pressioni di Craxi per toglierlo dalla Giustizia. Martelli parla di una colazione in cui Amato gli disse della contrarietà di Craxi. “E posso anche citare testimoni – aggiunge – Se si potesse riattualizzare il giurì d’onore… O forse sarebbe meglio rivolgersi alla procura”. E sarebbe “un’altra bugia” la dichiarazione di Amato di aver scelto autonomamente di dare l’incarico alla Giustizia a Giovanni Conso: “E’ una bugia – sostiene Martelli – perché si sa che è stato scelto da Scalfaro, come Amato. Come Mancino è stato scelto da Scalfaro, come Capriotti al posto di Nicolò Amato”.

A conforto di queste affermazioni in Commissione Antimafia arriva anche l’audizione di Scotti: “E’ meglio che non fai più dichiarazioni sulle questioni che riguardano il Viminale. Così mi disse il mio ex capo di gabinetto del ministero dell’Interno a luglio del 1992, il giorno dopo l’assassinio di Paolo Borsellino … avevo dichiarato al Tg1 non si può indebolire la lotta alla mafia”.  Scotti ribadisce quindi la convinzione di essere stato sostituito perché interpretava “la linea dura sul 41 bis e sulla nascita della Dia”.

Scotti era stato ministro dell’Interno nel governo Andreotti. In quel periodo ricorda di aver sostenuto la linea il pool antimafia di Palermo e di Falcone che aveva permesso di celebrare il maxi processo; di aver  istituito il carcere duro per i mafiosi (41 bis) e la Direzione Investigativa Antimafia. Per questo si attendeva una riconferma. Invece nel governo Amato, costituito il 28 giugno, fu nominato ministro degli Esteri, e al Viminale andò  Mancino.  

“Restai al governo 33 giorni solo per senso di responsabilità. Sia chiaro – ha detto Scotti – che il regime del 41 bis fu proposto da me e da Claudio Martelli (che era ministro della Giustizia nel governo Andreotti e non fu confermato nel governo Amato, ndr) e non dai corpi di polizia. Contro il carcere duro per i mafiosi, proposto da Giovanni Falcone, c’era una contrarietà fortissima, anche da parte dell’opposizione di sinistra che lo considerava incostituzionale, illegittimo, fuori dalle righe, e fece una battaglia in Parlamento. Per capire in qual clima maturò la mia sostituzione bisogna tenere conto di tutto questo e rileggere i documenti e i giornali dell’epoca”.

Scotti  ha poi ricordato di avere  provocatoriamente detto, prima dell’attentato di Capaci (23 maggio 1992, ndr), ai suoi colleghi ministri del governo Andreotti: “Ditemi se dobbiamo cercare la convivenza con la criminalità mafiosa o se dobbiamo andare allo scontro?”.  E ha spiegato: “C’era uno scontro politico molto forte fra queste due linee strategiche. Io avevo sposato la linea indicata dai giudici di Palermo. La svolta c’era stata perseguendo non più i singoli reati, cosa che secondo uno studio della Cassazione produceva quasi la totalità di assoluzioni, ma l’associazione mafiosa. L’altro punto fondamentale era stato considerare la lotta alla mafia un fatto permanente, non una emergenza, e quindi cominciare a modificare in questo senso gli strumenti di lotta”. La tesi Scotti è che a giugno del 1992 sarebbe stato opportuno manifestare la continuità dell’azione di governo in materia di sicurezza e di giustizia mantenendo gli incarichi ai rispettivi titolari. “Ma lei – gli ha chiesto il presidente dell’Antimafia, Giuseppe Pisanu – non si lamentò per lo spostamento agli Esteri? “No, non è mia abitudine lamentarmi. So assumere le mie responsabilità. La questione era sotto gli occhi di tutti. Forse il presidente del Consiglio non leggeva i giornali? E il presidente della Repubblica (Oscar Luigi Scalfaro, ndr) non ha forse visto che il governo istituiva il ministro dell’Interno e quello della Giustizia”, ha risposto Scotti. Le risulta, ha incalzato, Pisanu, che il presidente della Repubblica si sia adoperato per sostituirla con Nicola Mancino? “Su questo non ho nessuna informazione, nel modo più assoluto”. E con Martelli ne discusse a suo tempo? “No, ne abbiamo parlato solo di recente, dopo tutte le polemiche che sono nate”.

Su queste dichiarazioni arriva un primo commento. ”Le audizioni degli ex ministri Vincenzo Scotti e Claudio Martelli sono state molto utili per fare un altro passo in avanti nella ricerca della verità sulle stragi di mafia e sulla trattativa – dice il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia – Mi auguro che esse incoraggino le istituzioni ad un maggiore impegno, per fare piena luce sul periodo che va dal fallito attentato dell’Addaura alla cattura di Riina. E’ necessario, inoltre, allargare lo spettro, per capire se la trattativa ebbe inizio già prima della strage di Capaci e per delineare la ricomposizione dei rapporti mafia-politica nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. La commissione Antimafia deve andare avanti con questo taglio di inchiesta, senza guardare alle appartenenze, ma col solo obiettivo di far emergere le responsabilità politico-istituzionali”.