Resta in carcere l’ex tesoriere della Margherita, Luigi Lusi. Perché nel corso dell’istruttoria è apparso “ambiguo, reticente e volutamente confuso”. Lo ha deciso il tribunale del Riesame, presieduto da Renato Laviola, dopo l’annullamento, da parte della Cassazione, dell’ordinanza dello stesso Tribunale della Libertà che aveva negato la scarcerazione del senatore accusato dell’ammanco di oltre 25 milioni di euro dalle casse del disciolto partito. Secondo il Riesame, il senatore “non ha mai mostrato alcuna resipiscenza”, e non ha fornito alcun tipo di collaborazione agli inquirenti. Dunque “non c’è allo stato un luogo alternativo al carcere”.

L’inchiesta sullo scandalo dei fondi della Margherita si avvia così alle ultime battute. La Procura della Repubblica di Roma sta svolgendo gli ultimi accertamenti sull’ammanco di oltre 25 milioni di euro dalle casse del partito e su almeno 2 milioni di euro in assegni liberi che allo stato non si sa a chi siano stati elargiti.

 Il 31 luglio scorso la Cassazione aveva annullato proprio la conferma del Riesame dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip. La difesa del senatore, accusato di aver saccheggiato i fondi dalle casse della Margherita, aveva esultato. Ma poi erano state depositate le motivazioni della suprema Corte. Per gli ermellini Lusi non andava rimesso in libertà, ma il Tribunale del Riesame doveva valutare la possibilità di sostituire la custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La procura di Roma aveva poi dato parere favorevole alla concessione dei domiciliari, ma subordinata alla tutela delle esigenze cautelari, che “devono essere mantenute perché non si è ancora conclusa l’indagine” sull’attività dell’ex tesoriere della Margherita.  

La Corte di Cassazione aveva confermato quindi l’impianto accusatorio, rilevando che sussistono gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Lusi (accusato di associazione a delinquere finalizzata alla appropriazione indebita), rimarcando come nell’ordinanza del Riesame del 24 maggio scorso con la quale era stata confermata la misura cautelare ”non si evidenziano profili di incongruenza nella motivazione in tema di gravità indiziaria concernente l’ipotesi associativa ascritta”.

Il giudice per le indagini preliminari di Roma, Simonetta d’Alessandro nel suo provvedimento del 3 maggio scorso aveva parlato di “un‘associazione a delinquere votata alla spoliazione, non solo al saccheggio di soldi pubblici, ma alla delegittimazione di un partito”. La misura cautelare era stata disposta per pericolo di inquinamento delle prove. Per il gip il senatore era stato arrestato non solo perché avrebbe rubato, mentito, ma anche perché ha prodotto un effetto “devastante” sulla democrazia con il suo comportamento, avvantaggiato dalla moglie, dai collaboratori, dai commercialisti. “‘Lo spoglio è stato operato dal Lusi in un quadro associativo, e – argomentava il giudice nell’ordine di cattura – non poteva essere diversamente, attesa l’entità delle somme e l’intuibile necessarietà di complicità interne, anche tecniche. Quadro associativo che non si identifica nel partito, ma che ha operato in danno del partito”. Dopo il voto del Senato, il 20 giugno scorso, per Lusi si erano aperte le porte del carcere di Rebibbia. Il procuratore aggiunto Alberto Caperna e il pm Stefano Pesci, nell’udienza a porte chiuse di venerdi’ scorso, avevano espresso parere favorevole alla concessione degli arresti domiciliari. E in caso di via libera del riesame, l’ex tesoriere della Margherita sarebbe andato in un convento abruzzese.