Tra calciatori annunciati e mai arrivati, cessioni prima smentite e poi prontamente accadute, baratti, prestiti, ritorni di vecchie o vecchissime glorie, e carneadi last minute spacciati per campioni, si è chiuso ieri il calciomercato italiano. Sintomo di una crisi che imperversa, oltre che nel paese reale, anche nel campionato. Il bilancio complessivo della Serie A tra acquisti (373,6 milioni) e cessioni (393,5 milioni), per la prima volta da nove anni ha avuto un saldo positivo: +19,9 milioni. Ma questo non è per forza indice di sobrietà, per non dire oculatezza. Pare invece la necessità per alcune proprietà di cercare una scialuppa di salvataggio prima che la nave affondi del tutto.

Paradigmatico il mercato del Milan, concluso con un saldo di +45,2 milioni – grazie alle cessioni di Ibrahimovic e Thiago Silva– e un risparmio sul monte stipendi vicino ai 70 milioni – grazie alla dismissione di molti senatori tra cui Nesta, Gattuso, Seedorf e Inzaghi. La società rossonera non si è però rifondata attraverso ragazzi provenienti dal settore giovanile, né ha dimostrato particolare fantasia cercando talenti da valorizzare. Piuttosto ha preso giocatori a parametro zero (Montolivo), in prestito (Bojan), o ha rispolverato il vecchio metodo del baratto (Cassano per Pazzini). E le recenti polemiche tra dirigenza e allenatore sono il sintomo che qualcosa a Milanello non quadra.

Hanno chiuso in positivo anche il Genoa (+33 milioni) e l’Udinese (+18), i cui presidenti sono abituati ogni anno a rivoltare le squadre come calzini, e soprattutto il Napoli (+6,5), che con la cessione di Lavezzi si è finanziato il mercato in entrata e con il rinnovo di Cavani si è assicurato un patrimonio di 60 milioni circa. Hanno potuto spendere invece la Roma (-21 milioni) e la Juve (-34), grazie ai recenti aumenti di capitale effettuati dalle aziende di riferimento Exxor e Unicredit. Mentre è rimasta a metà del guado l’Inter, che ha chiuso il mercato con un saldo negativo di 13 milioni, ma con l’addio di alcuni reduci del triplete ha ridotto sensibilmente il monte ingaggi di 50 milioni.

Come il tempo delle spese pazze (basti pensare che l’anno scorso il saldo negativo fu di 57 milioni, mentre nella stagione 2008-09 sfiorò addirittura i 200 milioni) non significava poi primeggiare in Europa, non è detto che i tagli improntati alla sobrietà siano il prodromo di una nuova crescita. Il lungo declino del calcio italiano è dovuto all’incapacità dei padroni del vapore di mantenersi all’altezza dei loro omologhi europei a livello di marketing, merchandising, costruzione di stadi e programmazione dei settori giovanili. Con il risultato di aver desertificato quella che fino a qualche anno fa era un’importante risorsa, anche economica, per il paese.

Dopo la vicenda Berbatov, all’ultima giornata Juve e Fiorentina – il cui giudizio sul mercato resta comunque positivo – hanno rinforzato l’attacco con Bendtner e Toni. Il primo, reduce da una discreta stagione a Sunderland dopo aver fallito all’Arsenal, non è certo il top player tormentone dell’estate a lungo inseguito da Marotta. Il secondo è un giocatore di 35 anni reduce da un’esperienza esotica a Dubai, i cui anni migliori, proprio alla Fiorentina, risalgono al tempo di Germania 2006. Il campionato sarà giudice supremo, ma se questi (e altri) acquisti last minute vengono a sostituire i vari Ibra, Thiago, Lavezzi, Ramirez, Maicon, Julio Cesar, Gattuso, Nesta, Seedorf, Di Vaio e Del Piero, sembra chiaro che, più che i soldi, è mancata la fantasia.