Ha rifiutato l’accanimento terapeutico e non condannava l’eutanasia il cardinal Carlo Maria Martini, le cui condizioni di salute si sono aggravate negli ultimi giorni. Nel suo ultimo libro “Credere e conoscere”, pubblicato da Einaudi a marzo, il biblista, 85 anni di cui 16 malato del morbo di Parkinson, ragionava di omosessualità, vita in provetta, fine vita e eutanasia appunto. ”La crescente capacità terapeutica della medicina consente di protrarre la vita pure in condizioni un tempo impensabili. Senz’altro il progresso medico è assai positivo. Ma nello stesso tempo le nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona”.

“Il punto delicato – argomentava il sacerdote arcivescovo di Milano fino al 2002 – è che per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. In particolare non può essere trascurata la volontà del malato. Non si può mai approvare il gesto di chi induce la morte di altri, in particolare se si tratta di un medico. E tuttavia – argomentare Martini –  non me la sentirei di condannare le persone che compiono un simile gesto su richiesta di un ammalato ridotto agli estremi e per puro sentimento di altruismo, come pure quelli che in condizioni fisiche e psichiche disastrose lo chiedono per se”. 

Nel gennaio 2007  le sue parole avevano aperto un dibattito a livello internazionale con riflessioni sulla vita e sulla malattia. Sul domenicale del ‘Sole 24 ore’  era intervenuto sul caso di Piergiorio Welby che,  affetto da distrofia muscolare, scelse il 20 dicembre la dolce morte scatenando polemiche furiose per la sua richiesta inascoltata di poter morire. Pur condannando l’eutanasia, alle’poca, il sacerdote aveva parlato dell’ esigenza di elaborare norme che consentano di respingere le cure. ”Per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci sono regole generali e non può essere trascurata la volontà del malato”. In quell’intervento Martini spiegò di vedere emergere nel sistema sanitario italiano ”negligenza terapeutica” piuttosto che “l’accanimento terapeutico. Si tratta in particolare di quei casi in cui le persone devono attendere troppo a lungo prima di avere un esame che pure sarebbe necessario o abbastanza urgente, oppure altri casi in cui le persone non vengono accolte negli ospedali per mancanza di posto o vengono comunque trascurate. E’ un aspetto di quella che viene talvolta definita malasanità e che segnala una discriminazione nell’ accesso ai servizi sanitari che per legge devono essere a disposizione di tutti allo stesso modo”. Dopo aver ricordato che ”spesso infermieri e medici fanno spesso il loro dovere con grande dedizione e cortesia” e che dunque ”si tratta perciò di problemi di struttura e di sistemi organizzativi”, il cardinale giudica importante ”trovare assetti anche istituzionali, svincolati dalle sole dinamiche di mercato che spingono la sanità a privilegiare gli interventi medici piu’ remunerativi e non quelli più necessari per i pazienti, che consentano di accelerare le azioni terapeutiche come pure l’ esecuzione degli esami necessari”. In quell’intervento Martini aveva indicato anche una soluzione la legge francese: “Il provvedimento non legalizza l’eutanasia – scriveva Martini – ma prevede che le cure mediche non debbano essere protratte ”con ostinazione irragionevole”. 

Sulla frontiera etica un altro scritto, stavolta sull’Espresso e firmato assieme ad Ignazio Marino, oggi senatore Pd, aveva affrontato spinose questioni: aborto, eutanasia, contraccettivi, fecondazione artificiale. Sulla nascita e la fine della vita, a giudizio del cardinale esistono zone di frontiera o zone grigie ”dove non è subito evidente quale sia il vero bene” e pertanto è buona regola ”astenersi dal giudicare frettolosamente e poi discutere con serenità per non creare inutili divisioni”. Ma di accanimento terapeutico Martini discuteva già nel 1984 in un convegno a Milano. Il sacerdote pur denunciando un ”indebito accanimento che non ammette l’ aggettivazione di terapeutico” chiedeva un’etica della politica sanitaria interanzionale”.