Il ricorso del Presidente della Repubblica contro la procura di Palermo è stato depositato alla Corte Costituzionale. Lo ha reso noto l’Avvocatura dello Stato, che ha l’incarico di rappresentare Giorgio Napolitano nel giudizio per conflitto di attribuzione sollevato dal Capo dello Stato nei confronti dei pm ‘siciliani’. Oggetto del ricorso, le decisioni prese dai magistrati sulle intercettazioni di conversazioni telefoniche nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, che Napolitano ha considerato ‘lesive di prerogative attribuitegli dalla Costituzione’, anche se riferite a intercettazioni indirette, cioè non disposte su utenze del Quirinale.  La Procura non ha disposto la distruzione della trascrizione della conversazione telefonica tra l’ex ministro Nicola Mancino e il Presidente della Repubblica, affermando che su una decisione di questo tipo avrebbe dovuto pronunciarsi il Gip, sentite le parti. Il contenuto dell’intercettazione non è mai stato reso pubblico, ma la notizia è filtrata.

Una vicenda a cui si è aggiunta la pubblicazione, da parte del Fatto Quotidiano, delle conversazioni tra Mancino e il consigliere per gli Affari Giuridici di Napolitano, Loris D’Ambrosio, morto pochi giorni fa. A essere sotto controllo era anche questa volta l’utenza di Mancino, in quanto indagato per falsa testimonianza nell’inchiesta sui rapporti tra cosche e uomini dello Stato. Mancino fa un riferimento a Napolitano, parlando di Claudio Martelli che ai magistrati di Palermo aveva dato una versione diversa di alcuni eventi rispetto alle stragi del ’92-’93 e le loro conseguenze. Per cercare di mettere in collegamento le ricostruzioni dei vari esponenti politici dell’epoca, gli inquirenti avevano chiesto nei mesi scorsi un confronto tra l’ex ministro della Giustizia e lo stesso Mancino. Colloquio che l’ex vicepresidente del Csm ha cercato in tutti i modi di evitare, ma che alla fine c’è stato.