Esercito governativo siriano e combattenti del Free Syria Army stanno mandando entrambi rinforzi ad Aleppo per quella che si annuncia come una delle più cruente battaglie degli ultimi mesi di rivolta armata in Siria. L’aviazione militare di Damasco è tornata a colpire le postazioni dei ribelli attorno alla seconda città del paese, dove sono entrati di nuovo in azione gli elicotteri d’attacco e l’artiglieria pesante. Ieri un primo contrattacco governativo era stato faticosamente respinto dai miliziani del Fsa, che però aspettano l’arrivo delle colonne corazzate spostate dalla provincia di Idlib nelle ultime 48 ore. Combattimenti sono segnalati anche in altre zone del paese, sia alla periferia di Damasco, che attorno a Homs e Deir ez Zor. Il Fsa afferma di essere in grado di controllare il 70 per cento di Aleppo, ma è una stima che sembra esagerata, anche se testimoni oculari dicono che i ribelli in alcuni quartieri hanno organizzato dei check-point e piazzato cecchini sui tetti dei palazzi.

Per cercare di superare l’impasse diplomatica nel Palazzo di Vetro, dove la Lega Araba ha annunciato che proporrà un testo di condanna del governo siriano alla prossima assemblea generale dell’Onu, a settembre, l’ambasciatore russo all’Onu Vitaly Churkin ha offerto Mosca come luogo per offrire “ai ribelli e al governo una piattaforma per creare contatti, per unire l’opposizione e avviare negoziati con il governo”.

Intanto, il governo siriano, attraverso il suo ambasciatore all’Onu Bashar al-Jafaari ha accusato direttamente “alcuni partiti libanesi” di “offrire rifugio e armi ai gruppi terroristici diretti a spargere il sangue di civili e di personale militare siriano”. Le parole di al-Jafaari sono una replica alle dichiarazioni del governo francese che qualche giorno fa aveva accusato Damasco di voler cercare di esportare il conflitto interno siriano nel vicino Libano. Al-Jafaari, però, si trova coinvolto indirettamente in una inchiesta condotta dall’emittente al-Arabiya che ha ottenuto migliaia di email di corrispondenza interna del governo siriano e personale della famiglia Assad, intercettate da hacker legati all’opposizione.

Secondo i documenti del Syrialeaks, la figlia dell’ambasciatore siriano all’Onu, Sheherazade al-Jafaari, ha curato per conto del regime una serie di contatti stampa e partecipato alla campagna di public relations avviata dagli Assad con la collaborazione di una ditta statunitense, la Brown Lloyd James. Sarebbero stati i buoni uffici della Blj a far ottenere alla moglie di Assad, Asma, un lungo servizio su Vogue in cui veniva definita “la Rosa del deserto” e – scrive al-Arabiya sul suo sito web – “mostrata con tutto il glamour di solito riservato alle principesse e ai racconti fiabeschi”. Un memorandum mandato dalla Blj al governo siriano e pubblicato a luglio da Wikileaks, assieme a più di due milioni di altri documenti riservati connessi con la Siria, dimostrerebbe che la Blj ha offerto di nuovo i suoi servizi a maggio dello scorso anno, due mesi dopo l’inizio della rivolta, per consigliare il regime su come migliorare la propria immagine internazionale. Uno dei partner della Blj, Mike Holtzman, ha difeso le scelte della sua azienda in una intervista a The Cable, uno dei blog di Foreign Policy. Holtzman, già consigliere della Casa Bianca durante l’amministrazione Clinton, ha detto che a maggio del 2011 anche il governo statunitense sperava si potesse arrivare a una soluzione concordata della crisi siriana e che l’offerta della Blj era uno estremo tentativo di spingere il governo di Damasco a modificare il suo atteggiamento. In una lettera di replica pubblicata sul sito di al-Arabiya, la Blj aggiunge: “Se quel memorandum fosse stato ascoltato, la Siria oggi sarebbe in una situazione molto diversa. Il regime ha scelto di salvare se stesso e non il paese”.

Sheherazade al-Jafaari entra in scena proprio come stagista alla Blj, da dove poi passa a lavorare direttamente come consigliera degli Assad per i rapporti con i media occidentali, a Damasco, dove ha organizzato l’intervista ad Assad trasmessa dal network statunitense Abc all’inizio di dicembre 2011. La giornalista che ha condotto l’intervista, Barbara Walters, ha poi appoggiato la candidatura della figlia dell’ambasciatore siriano all’Onu per la School of International and public affairs della Columbia University, salvo poi scusarsi per averlo fatto. Quattro settimane dopo l’intervista, aggiunge al Arabiya, Holtzman ha mandato una mail alla sua ex stagista ancora una volta per esprimere il proprio desiderio di essere a Damasco per aiutare il governo a migliorare la propria immagine.

La Blj non è nuova a questo tipo di situazioni. A settembre dello scorso anno, la rivista indipendente statunitense Mother Jones aveva pubblicato i dettagli del lavoro di public relations che la ditta aveva fatto per Gheddafi, mentre secondo al Arabiya, tra i clienti dell’azienda ci sono stati anche il Qatar, al Jazeera – che cercava di entrare sulla scena mediatica statunitense – e i Mujahiddin del popolo, un gruppo armato di opposizione iraniano che il governo statunitense ha inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche. La relazione più stretta, tuttavia, appare quella con il governo Assad, grazie anche alla posizione di Sheherazad al-Jafaari, il cui ruolo era già stato oggetto di una inchiesta del quotidiano britannico The Guardian a maggio di quest’anno.

di Joseph Zarlingo