E’ stata una notte di combattimenti, a Damasco, quella appena trascorsa. A chiusura di uno dei giorni più sanguinosi degli ultimi diciassette mesi di rivolta e repressione in Siria. Secondo le cifre dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, ieri sono state uccise almeno 200 persone in tutto il paese, senza contare le tre importanti vittime dell’attentato contro il quartiere generale della Sicurezza nazionale. La cifra esatta fornita dall’Osservatorio è di 214 persone: 124 civili, 62 militari delle forze regolari e 28 combattenti ribelli. Inoltre, secondo i Comitati locali di coordinamento – una delle articolazioni dei gruppi di opposizione – una sessantina di soldati dell’esercito regolare avrebbe disertato nella provincia di Idlib per unirsi agli insorti. I soldati, dicono i Comitati, hanno portato con sé sette carri armati. Il Syria Media Network, una delle voci dell’opposizione, dice che nella notte gli scontri a Damasco sono andati avanti, concentrati nella zona di al Maza. Al Arabiya riporta che una ventina di colpi di mortaio, sparati dai combattenti del Free Syria Army, sarebbero caduti anche nei dintorni dell’aeroporto di Damasco, mentre due elicotteri dell’esercito siriano sarebbero stati abbattuti nei cieli della capitale – una notizia difficile da verificare.

L’Fsa ha intanto rivendicato l’attentato di ieri, costato la vita al ministro della difesa Daoud Rajha e al suo vice, cognato del presidente Assad ed ex capo dell’intelligence militare Assef Shawkat – una delle persone chiave del regime. Ci sono tuttavia versioni divergenti sulla modalità dell’attentato: secondo una fonte governativa siriana citata dall’agenzia Reuters, l’attacco sarebbe stato opera di un attentatore suicida; l’opposizione armata, invece, sostiene che l’esplosivo era stato piazzato nell’edificio e che non c’è stato alcun kamikaze.

Quella di oggi, però, è una giornata chiave anche sul piano diplomatico. Ieri l’inviato speciale di Onu e Lega araba Kofi Annan è riuscito a ottenere un rinvio del voto previsto nel Consiglio di sicurezza sul rinnovo del mandato della missione Onu in Siria. Il voto è stato quindi spostato ad oggi, ultimo giorno utile – il mandato dell’attuale contingente di caschi blu in Siria scade il 20 luglio – per consentire alle cancellerie internazionali di avere ancora qualche ora per cercare di sbloccare l’impasse politica sul testo della risoluzione. Sia Kofi Annan che il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon nelle ultime ore hanno alzato il tono degli appelli e chiesto ai 15 membri del Consiglio di sicurezza di agire “con estrema urgenza”. Ban ha condannato “con forza” l’attacco di ieri mattina a Damasco e in una nota ha scritto che “il deteriorarsi della situazione in Siria sottolinea l’estrema urgenza del fatto che tutte le parti coinvolte fermino immediatamente ogni forma di violenza, rispettino i sei punti del piano e si muovano rapidamente verso un dialogo politico”. Ban ha ribadito la propria preoccupazione “per l’uso di armi pesanti da parte delle forze di sicurezza siriane” e ha invitato i paesi del Consiglio “ad assumersi la propria responsabilità per avviare azioni collettive ed efficaci sulla base delle previsioni della Carta delle Nazioni Unite e considerando la gravità della situazione”. Simile nei toni e nelle parole l’appello di Annan che ha chiesto “un’azione concertata e forte che possa aiutare a fermare lo spargimento di sangue in Siria e costruire lo spazio per una transizione politica”, secondo quanto ha detto il suo portavoce Ahmed Fawzi.

Ieri tuttavia, nonostante una telefonata tra il presidente russo Vladimir Putin e quello statunitense Barack Obama, la Russia ha ribadito che la propria opposizione a una risoluzione che cada sotto le previsioni del Capitolo VII della Carta dell’Onu, quello che prevede sanzioni diplomatiche, pressioni internazionali e la possibilità di un intervento armato: «Non possiamo accettare l’uso del Capitolo VII e la previsione di sanzioni», ha detto il capo della diplomazia del Cremlino Sergei Lavrov. La bozza di testo all’esame del Consiglio, presentata dalla Gran Bretagna con l’appoggio di Usa, Francia, Portogallo e Germania, chiede sanzioni internazionali non-militari se il governo di Assad non ritira entro dieci giorni le armi pesanti e i carri armati dalle città sotto assedio.

Gli sforzi diplomatici dell’ultima ora dureranno fino al momento del voto, previsto in mattinata a New York – salvo ulteriori rinvii. Se non ci sarà accordo, i circa 300 caschi blu schierati in Siria dallo scorso mese di aprile con funzione di osservatori dovranno essere ritirati in tutta fretta.

di Joseph Zarlingo