Nel luglio 2002 il Parlamento approvava la legge Bossi-Fini. Dieci anni dopo, insieme al più recente “pacchetto sicurezza” lascia un’eredità pesante. Il suo obiettivo non era quello di frenare gli ingressi, bensì di ridurre la permanenza sul territorio dei lavoratori immigrati. Tanto che oggi è previsto un sistema di crediti e debiti che può portare anche alla revoca del permesso di soggiorno. L’esatto contrario di quanto suggerito dall’Unione Europea: politiche di integrazione per chi è già all’interno di un paese, con flussi di ingresso più contenuti.

di Andrea Stuppini* (lavoce.info)

Proprio dieci anni fa, nel luglio del 2002, il Parlamento italiano approvava la legge sull’immigrazione, n. 189/2002 (cosiddetta legge “Bossi-Fini”), mentre la legge sulla cittadinanza (n. 91/1992) risale addirittura a vent’anni fa.

Tra decreti e sanatorie

 La questione migratoria era centrale nell’agenda delle forze politiche che vinsero le elezioni politiche del 2001 e la stesura della legge 189 fu anche accelerata dalla tragedia dell’11 settembre, ma l’obiettivo non era quello di frenare gli ingressi (che avrebbe scontentato gli imprenditori), bensì di ridurre la permanenza sul territorio, sulla falsariga del Gastarbeiter tedesco, che favoriva il modello del lavoro stagionale.
In una economia globalizzata e soggetta a contrazione della ciclicità, mentre sta mutando rapidamente il rapporto tra economie avanzate e paesi in via di sviluppo, risulta estremamente difficile per ogni paese prevedere quale sarà la quota di immigrazione circolare e quale quella destinata a divenire stabile.
La legge Bossi-Fini ha previsto l’obbligo del contratto di soggiorno, ha eliminato la figura dello sponsor, ha promosso la formazione all’estero e ha dimezzato la durata dei permessi di soggiorno e i tempi di ricerca di un nuovo lavoro dopo la disoccupazione, rispetto alla Turco-Napolitano (legge 286/1998). Eppure, dieci anni dopo, la maggioranza degli indicatori sembra testimoniare una prevalenza della stabilizzazione.
Non è difficile capire perché.
Il punto chiave di regolazione annuale degli ingressi, il cosiddetto decreto flussi, non è stato modificato, anzi è stato fatto funzionare generosamente. Gli allargamenti dell’Unione Europea, soprattutto l’ingresso della Romania nel 2007, hanno fatto il resto.
Da quando, nel 1998, è stato istituito il decreto flussi, i governi che si sono succeduti fino a oggi hanno programmato annualmente ingressi per lavoro stagionale, per lavoro autonomo e subordinato e hanno effettuato tre sanatorie.
Nei quattordici anni di vigenza della normativa significano oltre tre milioni di autorizzazioni di ingresso suddivise in più di 750mila stagionali, in 1 milione e 350 mila quote di ingresso per lavoro autonomo e subordinato e 1 milione e 150 mila frutto delle tre regolarizzazioni del periodo. Anche escludendo gli stagionali si tratta dei numeri più elevati all’interno dell’Unione Europea.
Forse non tutti sanno che i governi di centrodestra hanno promosso l’ingresso del 72 per cento dei lavoratori stagionali (coerentemente con la logica dell’immigrazione circolare) ma anche del 62 per cento delle altre due tipologie, teoricamente conformi a una immigrazione più stanziale.
Coloro che hanno denunciato “l’invasione” delle case popolari, degli ospedali e delle scuole pubbliche sono gli stessi che hanno allargato la valvola dei flussi di ingresso, e hanno eliminato le poche risorse nazionali per le politiche di integrazione (2008) e in alcuni casi quelle regionali (Piemonte e Friuli) e comunali (in tante realtà della Lombardia e del Veneto).

Il fallimento della stagione delle ordinanze

L’esperienza dei paesi che hanno gestito il processo migratorio nei decenni precedenti e le indicazioni dell’Unione Europea dopo il Consiglio di Tampere (1999) vanno nella direzione di consigliare flussi moderati di ingresso e di concentrare gli sforzi su politiche di integrazione che debbono assicurare ai lavoratori stranieri e alle loro famiglie piena parità di diritti e doveri rispetto agli autoctoni; e avere come logico sbocco finale quello della cittadinanzaper coloro che decideranno di restare definitivamente.
Le direttive europee sui lungo-soggiornanti, sui ricongiungimenti familiari e sull’antidiscriminazione hanno fornito una cornice chiara.
Non a caso la Francia (2005) e la Germania (2007) hanno definito per la prima volta compiuti piani nazionali per l’integrazione. In particolare, il piano tedesco insiste molto sulla bi-direzionalità dell’integrazione come sforzo reciproco di adattamento.
Al contrario, dopo la vittoria elettorale del 2008, in quella che possiamo definire la seconda fase delle politiche del centrodestra sulla materia, si è insistito sul solito copione.
È il cosiddetto “pacchetto sicurezza” (legge 125/2008) che ha fornito le basi giuridiche per alcune centinaia di ordinanze (788 tra l’estate del 2008 e quella del 2009) di sindaci di comuni settentrionali, volte a contrastare le fasce più povere dell’immigrazione e successivamente a ostacolare l’accesso ai servizi e a varie forme di sostegno economico per la maggioranza degli immigrati. “Bonus bebè” riservati ai figli di italiani, dieci (ma anche quindici o venti) anni di residenza in un comune per avere accesso alle graduatorie delle case popolari, limitazioni ai “phone center”, impronte digitali ai bambini rom e così via.
In generale, i mezzi di informazione hanno dato ampio risalto a questo tipo di provvedimenti all’atto della loro emanazione, senza però seguirne l’iter o monitorarne i risultati. In realtà molti dei provvedimenti sono poi stati abrogati dalla magistratura. Numerosi ricorsi sono stati presentati e vinti dagli avvocati dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e alcune ordinanze sopravvivono solo in assenza di ricorsi, soprattutto nei comuni più piccoli.
Uno dei motivi del fallimento della stagione delle ordinanze è proprio da ricercarsi nell’accresciuta stabilità del fenomeno migratorio: tra cittadini comunitari e lungo soggiornanti (cioè possessori del permesso di soggiorno Ce di lungo periodo, che si può richiedere dopo cinque anni), oggi oltre la metà degli immigrati è già titolare di uno status giuridico forte, che non può essere discriminato nell’accesso ai servizi di welfare, secondo la direttiva europea 109/2003.
I decreti attuativi del “pacchetto sicurezza” hanno poi stabilito l’obbligatorietà di un esame di italiano al livello “A2” (corrispondente alla terza elementare) per ottenere il permesso per lungo residenti (e questo è coerente con l’impostazione comunitaria), ma pure il cosiddetto “accordo di integrazione” con un sistema di crediti e debiti che potrà portare anche alla revoca del permesso di soggiorno.
Un simile sistema (incongrua imitazione della patente a punti) non esiste in nessun paese, poiché il “sistema a punti” in vigore in Australia e Canada e allo studio in altri paesi anglosassoni, serve appunto a selezionare gli arrivi sulla base della professionalità, dell’età, dei legami parentali e della conoscenza dell’inglese primadell’ingresso nel paese e non già a complicare la vita a chi già sta lavorando.
La “Bossi-Fini” e il “pacchetto sicurezza” lasciano una pesante eredità, aggravata dalla crisi economica. Molte cose dovranno essere cambiate, ma l’equilibrio tra flussi di ingresso e percorsi di integrazione è ancora tutto da trovare.
Si può solo sperare che la nuova legislatura politica che inizierà tra pochi mesi, riesca ad affrontare il tema dell’immigrazione con più serenità delle precedenti.

*Rappresentante delle Regioni nel Comitato tecnico nazionale sull’immigrazione.