Sono ormai passati due mesi da quando la terra tremò seminando distruzione e morte fra Ferrara e Modena. Nelle nostre città e nelle nostre campagne le ferite del sisma sono ancora aperte, le tendopoli gremite, le case transennate. Stiamo laboriosamente prendendo coscienza del fatto che siamo una zona sismica, e delle peggiori. Con grande sofferenza, abbiamo imparato a diffidare della nostra terra che per noi è sempre stata una forza vitale e una fonte di abbondanza. La terra in Emilia è tutto. Mio nonno diceva che a piantarli qui crescono anche i pali.

Artisti, pensatori, scrittori e registi originari delle nostre terre hanno in vario modo espresso il disagio e la precarietà in cui siamo stati di colpo scaraventati. In questi giorni su La Voce, il giornale della Curia ferrarese, il vescovo Monsignor Rabitti – nell’editoriale dello scorso 1° luglio, intitolato “Il Papa condivide la pena per il terremoto” – sviluppa una riflessione sul terremoto che invece lascia a dir poco perplessi. Le parole del vescovo ferrarese ricordano quelle del vicepresidente del Cnr Roberto De Mattei quando, in occasione del terremoto di Fukushima, affermò che le catastrofi naturali possono “essere e sono esigenze della giustizia divina”. Rabitti lamenta la degenerazione della società moderna, il suo abbandonarsi agli idoli, e anche fra i cattolici denuncia la “diserzione dell’Eucarestia domenicale”, “l’obliterazione della confessione e la messa fuori causa della preghiera”. Facendo un parallelo con il terremoto che colpì gli stessi luoghi nel 1570, Rabitti ricorda che anche quelli erano tempi di corruzione e di malcostume, di immoralità e di peccato.

Secondo il vescovo di Ferrara, Dio ci ha dunque puniti per il nostro cattivo comportamento. Ma seppure addolorati per le morti, insiste il prelato citando la Bibbia, “dobbiamo gridare a Dio la generale gratitudine: per la sua misericordia non siamo stati sterminati”. Bisognerà ora spiegare l’ottica del castigo di Dio ai parenti degli operai morti sotto i capannoni. Sicuramente l’Onnipotente non li ha scelti a caso. Il vescovo scrive ancora che “ora bisogna decodificare l’appello di Dio racchiuso nel terremoto e nelle scosse che continuano”. E poi si chiede: “E’ fantasioso ritenere il recente terremoto anche come un segno-monito di Dio? E che segno può essere? Che richiamo può diventare il ripetersi delle scosse?”

Sempre difficile interpretare i messaggi di Dio e se neanche un vescovo ci riesce, come pretendere di farlo noi con le nostre così scarse competenze teologiche? Ma se possiamo azzardare un tentativo, forse il Signore Onnipotente sta cercando di dire qualcosa a Monsignor Rabitti, vescovo di Ferrara, se nel sisma emiliano sono andate distrutte o danneggiate ben settantasette chiese ferraresi.