L’indecente proposta di usare come pretesto la Spending Review per togliere 200 milioni di euro alle università pubbliche e darli alle scuole cattoliche è scomparsa dal decreto varato tre giorni fa anche grazie alle reazioni dell’opinione pubblica (si veda, per esempio l’articolo di Nadia Urbinati) ma la soluzione trovata dai tecnici governativi è in realtà ancora più preoccupante per il futuro dell’istruzione superiore.

I fondi dell’università vengono in gran parte dallo Stato attraverso il Fondo di finanziamento ordinario e, in misura minore, dalle tasse degli studenti che, fino a ieri, non dovevano superare il tetto del 20% del finanziamento statale. Negli ultimi anni, però, le riduzioni del contributo statale decise dal duo Tremonti-Gelmini avevano lasciato ai principali atenei italiani poche alternative se non quella di alzare le tasse a carico degli studenti, sia pure in misura modesta. Per esempio, l’università di Bergamo aveva superato il limite del 21% , Venezia-Ca’ Foscari del 16 % e Venezia –Iuav dell’8%. Sulla stessa linea il Politecnico di Milano (9%), Milano- Bicocca del 10% e Bologna dell’8%. Il 59% delle università italiane era “fuorilegge”. L’assurdità del meccanismo era palese: a un abbassamento dell’Ffo avrebbe dovuto seguire una diminuzione della pressione fiscale sugli studenti, determinando inevitabilmente il collasso di molti atenei.

La ‘soluzione’ trovata dal ministro Francesco Profumo è questa: in futuro, il conteggio del contributo studentesco ai bilanci sarà effettuato prendendo in considerazione soltanto quello che verseranno gli studenti iscritti entro la durata normale dei corsi di studio, quindi non verranno conteggiate le tasse versate dai fuori corso, che sono circa il 40% degli iscritti e pagano anche leggermente di più. In pratica, è come se il rapporto tasse versate dagli studenti/Fondo di finanziamento ordinario passasse dal 20% al 40%, anche perché il punto di riferimento non sarà più il solo Ffo ma il “trasferimento statale”, che include altre somme. In questo modo sarà difficile che le università continuino a sforare il tetto del 20%, che nominalmente resta in vigore, e tutto ritorna a posto.

Le conseguenze della nuova norma sono ovvie: il governo prevede di congelare, o forse diminuire ulteriormente il Fondo di finanziamento ordinario e di lasciare che le università si arrangino a sopravvivere aumentando le tasse. Si tratta quindi di  una liberalizzazione delle tasse e dei contributi universitari che va in direzione di una forte differenziazione tra gli atenei: i politecnici e i grandi centri come Bologna e Padova ne saranno avvantaggiati, le università medio-piccole come Trieste e Bergamo, o quelle del Sud, saranno penalizzate.

Tra l’altro, il Ministero ha reso noto nei giorni scorsi quali atenei riceveranno maggiori fondi grazie alla parte variabile del Fondo di finanziamento ordinario, che ora è piuttosto consistente: il 13% del totale. Incredibilmente, il MIUR non ha reso noto con quali calcoli ha distribuito questi fondi: l’unica cosa che si sa è che in testa alla graduatoria delle università premiate  ci sta il Politecnico di Torino che riceve il 20,9% dei fondi statali per questa via (contro cifre attorno al 15% per i grandi atenei e molto più basse, o negative, per gli altri).

Indovinate di quale università era rettore il ministro Profumo prima di entrare nel governo Monti? Almeno la Gelmini, laureata con fatica, non aveva una propria alma mater da privilegiare nella ripartizione degli stanziamenti.