Ha ricevuto la benedizione ufficiale dell’Arkipiscopos di Atene il nuovo premier greco: è Antonis Samaras, leader del partito conservatore di Nea Dimokratia, uscito vincitore delle urne di domenica scorsa e a capo di un esecutivo di salute pubblica per evitare la bancarotta della Grecia, dare attuazione al memorandum della troika e tranquillizzare i mercati (anche la Deutsche Bank ha detto che ormai “ragiona” come se la Grecia fosse già fuori dall’eurozona). Decisivo l’appoggio del democratico Fotis Kouvelis, a capo del partito di centrosinistra Dimar (i socialdemocratici fuoriusciti dalla Syryza) che con il suo 6,26% conferirà appoggio esterno al governo greco. La lista dei ministri è quasi pronta. Ma il nuovo governo greco non potrà – come sia Samaras sia Venizelos avevano promesso agli elettori al foto finish della campagna elettorale – rinegoziare il memorandum della troika: ma attuarlo da subito, con tutto ciò che esso comporta, ovvero la sollevazione popolare di chi, con mutui a tassi variabili, nuclei familiari in cassa integrazione, passerà da una vita normale alla soglia della semi povertà, come i dati dell’istituto di statistica ellenico dimostrano, con il record europeo di bambini sottopeso ad Atene.

Quindi entro settembre altri 150mila dipendenti pubblici verranno licenziati, le pensioni minime continueranno ad esibire i parametri attuali da Terzo mondo, non ci sarà alcun piano Marshall per la ripresa economica e per una minima reindustrializzazione del paese, e i paperoni dell’Acropoli non saranno intaccati da alcuna misura (come la patrimoniale sui redditi superiori a 300mila euro proposta da Tsipras). Per questo il leader del Pasok Venizelos, già a urne ancora calde, aveva invocato un governissimo con tutti, Syriza compresa, che si “sporcasse” le mani e si prendesse carico di spiegare ai cittadini come muterà la loro quotidianità. Perché nei fatti il piano di Bce, Ue e Fmi se da un lato conferirà alle casse dello Stato la liquidità necessaria per andare avanti, dall’altro potrebbe dare il definitivo colpo di grazia a un paese in ginocchio.

Dai corridoi della sede di Nea Dimokratia infatti, la soddisfazione post-elettorale è stata solo apparente. Perché la patata bollente che “Mister Tentenna” Samaras (così come lo chiamano per la sua proverbiale capacità di non decidere) ha in mano potrebbe bruciare tutto il circondario, compromettendone anche le future chanches politiche oltre che la stabilità stessa dell’eurozona: nessuno sa infatti quanto durerà questo governo, se sarà in grado di assicurare almeno un triennio di stabilità senza rischi di scivolate improvvise. Tsipras, leader della Syriza (la “sinistra-sinistra”) dal canto suo ha annunciato che resterà all’opposizione perché contro il memorandum, e perché avrebbe voluto imboccare un’altra strada rispetto all’accettazione coatta dei diktat europei o rispetto all’uscita dall’eurozona: quella rinegoziazione del piano che, così come stanno le cose oggi, ovvero con questo governo pro-troika, non ci potrà essere. Lo ha anche ribadito il presidente dell’eurogruppo Jean-Claude Juncker: “Non si possono apportare modifiche sostanziali al programma di aiuti alla Grecia e non ci possono essere nuove negoziazioni”.

Tornando a Kouvelis, il segretario del Dimar ha incontrato Venizelos più volte, gettando le basi per le procedure accelerate. L’accordo “a tre” è stato chiuso per un governo a lungo termine con durata almeno fino al 2014, anche se Venizelos parlava di 2017. Le iniziali perplessità del Dimar erano frutto della cosiddetta “sindrome Karatzaferis” dal nome del leader del partito nazionalista del Laos (fuori dal parlamento per aver raccolto solo l’1,58%). Ovvero la disposizione a sostenere il governo, non con i politici, ma con personalità della più vasta area possibile.

Ma ci sarebbero da tenere d’occhio anche quei ceppi dei tre partiti (possibili futuri franchi tiratori) che non vedono di buon occhio la partecipazione a un governo con così tante responsabilità e con alte probabilità di un fallimento politico ed elettorale, oltre che finanziario. Non dimentichiamo che, come molti analisti hanno rilevato, l’allarme in Grecia da rosso è diventato, momentaneamente, arancione. E potrebbe presto tornare su quel colore che segna il pericolo, visto il sesto anno di recessione consecutivo e una politica che al di là di denari immessi nelle casse dello stato (fisiologicamente bucate da sprechi e corruzione diffusa) non sta al momento tentando di tappare quei buchi.

Pare che al vertice notturno del Pasok abbia partecipato anche l’ex primo ministro Papandreou assieme a membri dell’esecutivo a top manager (tra cui K. Skandalidis, Loverdos, Anna Diamantopoulou, Gennimata Fofi, P. Efthymiou, M. Androulakis, Mich Chrysochoidis) trasmettendo lo stato d’animo di Samaras: ovvero dare più spazio possibile ai tecnici. Sia perché più competenti dei politici, sia perché ci metterebbero la faccia proprio al posto della casta ellenica. Quella che ha prodotto la situazione attuale (prossimo bilancio in rosso di 11 miliardi e rotti) e che è la stessa che ora vorrebbe tentare di risolverla.

Twitter@FDepalo