Ritardi nelle informazioni, natura ambigua della tassa, adempimenti a carico dei contribuenti troppo complessi. Sono queste le principali ragioni che per molti italiani stanno trasformando il pagamento dell’Imu in un calvario. “Siamo in trincea”, racconta la responsabile normativa dei Caf Cgil Stefania Trombetti che spiega: “Un quadro completo della situazione – spiega – lo abbiamo avuto solo lo scorso 18 maggio con la circolare del ministero che ha fissato almeno alcuni paletti per il pagamento della rata di giugno. Fino a quel momento ci siamo trovati in grande difficoltà e impossibilitati a dare delle risposte a contribuenti alle prese alle prese con una tassa nuova e spaventati per le cifre che circolavano sulle entità dei versamenti”.

Il governo si è mosso con una grande improvvisazione” rincara la dose il sindaco di Ascoli Piceno, Guido Castelli che è anche delegato dell’Associazione dei comuni italiani (Anci) per la finanza locale. “L’Imu – ragiona Castelli – è un Ici geneticamente modificata, presentata come locale ma con tutte le rigidità dei tributi statali. Il fatto che il gettito vada in parte allo Stato centrale in parte ai Comuni ha complicato notevolmente gli adempimenti a carico dei cittadini che devono anche calcolare come suddividere il versamento e districarsi tra una decina di codici tributari”.

In realtà, almeno per quanto riguarda la rata di giugno, la situazione è ora abbastanza chiara. Sulla prima casa si applica l’aliquota base del 4 per mille che va calcolata sulla rendita catastale dell’immobile aumentata del 60%. Dopo di che si sottraggono le detrazioni (200 euro più 50 euro per ogni figlio che risiede nell’abitazioni). Per la seconda casa l’aliquota sale al 7,6 per mille e non ci sono detrazioni. Maggiori problemi arriveranno con il secondo versamento di dicembre quando i calcoli saranno ben più complessi. Fino al 30 settembre i Comuni possono infatti decidere se aumentare, lasciare invariata o abbassare l’aliquota di loro pertinenza. E in base a queste decisione il contribuente dovrà poi calcolare il conguaglio da versare al proprio municipio. Ma non basta. Se il governo riterrà insufficiente il gettito della prima rata avrà a sua volta la possibilità fino a novembre di inasprire ulteriormente il secondo prelievo. Insomma quanto pagheremo con esattezza lo sapremo solo all’ultimo momento.

Per ora circolano delle simulazioni. Attendibili nel caso dei Comuni che hanno già deliberato le variazioni delle aliquote, molto più approssimative negli altri. Pochi giorni fa la Uil ha fatto il punto della situazione. I capoluoghi che hanno già fissato le aliquote sono una cinquantina, di questi 21 le hanno alzate anche sulla prima casa e altri 25 solo sulla seconda. Il prelievo più alto sull’abitazione principale si registra a Caserta, Catania, Parma e Rovigo dove l’aliquota è stata alzata fino al massimo consentito del 6 per mille.

Appena 4 viceversa i Comuni che hanno ridotto il prelievo (Mantova, Biella, Novara e Trieste). In valori assoluti i versamenti più elevati si registrano nelle grandi città dove i valori catastali sono più alti. Per un appartamento di 90 mq si va dai 639 euro di Roma (aliquota alzata al 5 per mille) ai 427 euro di Milano (aliquota invariata al 4,6 per mille) o ai 303 euro di Napoli.

Nel caso delle seconde case i prelievi diventano dei piccoli salassi. Per fare alcuni esempi sempre per un 90 mq a Milano si pagano 1790 euro, a Roma 1885, a Firenze 1426, a Genova 1092, a Palermo 717. In questo caso l’aggravio rispetto all’Ici è sensibile con incrementi che possono arrivare al 100 o addirittura al 200%. Tuttavia i possessori di seconde case non affittate con redditi elevati limitano l’impatto della nuova tassa grazie al venir meno della progressività che caratterizzava il prelievo Irpef sui redditi fondiari confluito nell’Imu.

Oltre alle abitazioni ci sono poi tutti gli altri tipi di immobili che spesso offrono ulteriori complicazioni nel calcolo dei versamenti. I negozi, i laboratori o gli esercizi commerciali subiscono tutti un incremento del prelievo circa doppio rispetto al regime precedente. I vari moltiplicatori da utilizzati per i calcoli variano però a seconda del tipo di attività esercitati, una vera e propria giungla di cifre in cui non è affatto semplice districarsi. Come spiega il tributarista Benedetto Santacroce “la normativa presenta molte trappole in cui è facile cadere. Spesso è complesso persino definire quale sia il regime esatto da applicare, come ad esempio nel caso dei terreni agricoli”.