La Chiesa cattolica argentina ha confermato dinanzi alle autorità giudiziarie l’autenticità del documento pubblicato da Il Fatto Quotidiano l’11 maggio avente per oggetto l’incontro segreto del 1978 delle gerarchie cattoliche al più alto livello con il dittatore Jorge Videla nel corso del quale si parlò dell’assassinio dei detenuti-desaparecidos. Documento redatto nel luogo dell’incontro e consegnato dallo stesso Videla alla Chiesa e che riguarda i crimini più gravi commessi nella storia dell’Argentina e tra le cui vittime figuravano due vescovi e una ventina di sacerdoti. E divulgato da cattolici indignati per la complicità con una dittatura sanguinosa.

Si tratta di una bozza scritta per informare la Santa Sede e prova che, almeno a partire dal 1978, la Chiesa sapeva che la dittatura militare uccideva i detenuti-desaparecidos e invece di denunciare la dittatura discuteva con il suo capo supremo in che modo manipolare le informazioni per arrecare il minor danno possibile alla giunta militare e all’Episcopato che riceveva richieste di aiuto dalle vittime. Una volta che il documento è stato reso pubblico, la magistratura ha chiesto all’Episcopato di consegnarlo e l’Episcopato non ha potuto negare la sua esistenza.

In occasione di un’udienza in tribunale, Videla ha detto che i detenuti-desaparecidos erano stati “condannati” e “giustiziati” e che questo metodo gli era sembrato più comodo perché “non aveva le conseguenze di una pubblica fucilazione” che “la società non avrebbe tollerato”. Altri ufficiali avevano già detto che si era ricorsi al metodo dell’eliminazione clandestina perché il Papa non avrebbe accettato le fucilazioni. Videla ha spiegato che non venivano pubblicati gli elenchi dei detenuti-desaparecidos perché contenevano errori e inesattezze e perché non c’era accordo tra le Forze Armate.

Però durante il pranzo del 10aprile 1978 con il presidente e i due vicepresidenti dell’Episcopato, in un clima che il cardinale Juan Aramburu definì cordiale, Videla disse che “sarebbe del tutto ovvio affermare” che i desaparecidos “sono morti: si tratterebbe di varcare una linea di demarcazione e costoro sono scomparsi e pertanto non esistono. Comunque è chiaro che ciò solleva una serie di interrogativi in ordine a dove sono stati sepolti: in una fossa comune? E in tal caso chi li avrebbe sepolti in questa fossa?”. Aggiunse che il governo non poteva rispondere “per le conseguenze riguardanti alcune persone”, vale a dire i sequestratori e gli assassini. Tuttavia nel 1982 il cardinale Aramburu continuava a negare i fatti: in un reportage a cura de Il Messaggero disse che non esistevano fosse comuni e che coloro che “venivano chiamati desaparecidos” vivevano tranquillamente in Europa.

Malgrado l’enorme importanza di questo tardivo riconoscimento, nessuna autorità ecclesiastica ha mai fatto il minimo riferimento alla questione.

Come se l’enormità del fatto avesse avuto l’effetto di ammutolire tutti, i quotidiani Clarin, La Nacion e Perfil hanno finto di non capire che la pubblicazione del documento era fondamentale per stabilire il grado di complicità della Chiesa cattolica con la dittatura militare e la sua politica criminale. Come mi ha raccontato il capitano della Marina Adolfo Scilingo, la pratica di giustiziare i detenuti-desaparecidos gettandoli da un aereo in volo fu approvato dalla gerarchia ecclesiastica che riteneva questo un modo cristiano di morire. La frase fa venire in mente quanto scrisse Heinrich Himmler per spiegare la costruzione delle camere a gas nei lager allo scopo di realizzare la “soluzionefinaledellaquestioneebraica”: era una forma “più umana”. Dimenticò di aggiungere: “Per i carnefici”.

 Traduzione di Carlo Antonio Biscotto