Per la prima volta anche il massimo esponente dello Stato parla della trattativa sotterranea tra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni nel 1992/1993. In visita nel capoluogo siciliano per il ventennale della strage di Capaci (qui la cronaca della commemorazione), il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha infatti dedicato un passaggio del suo discorso proprio alle inchieste ancora aperte dalle procure di Palermo e Caltanissetta. E lo ha fatto parlando da un luogo simbolo della lotta a Cosa Nostra, l’aula bunker del carcere Ucciardone, la cosiddetta “astronave verde”, costruita per celebrare il primo maxi processo, istruito proprio da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (leggi l’articolo di Nando dalla Chiesa su Giovanni Falcone).

“Procedere con profonda sicurezza circa l’esito della lotta alla mafia – ha detto il capo dello Stato – non significa nasconderci la gravità degli errori che in sede giudiziaria possono compiersi, come se ne sono compiuti nei procedimenti relativi alla strage di via D’Amelio. In tali casi non si deve esitare a rimettere in discussione le conclusioni a cui si era pervenuti, non si deve esitare pur di raggiungere la verità”. Il riferimento diretto è proprio alle prime indagini sulla strage di via d’Amelio, che a causa di un clamoroso depistaggio in diretta portarono alla sbarra e alla successiva condanna di sette innocenti, tutti accusati dal falso pentito Vincenzo Scarantino, che si dichiarò a sua volta organizzatore dell’eccidio.

Le dichiarazioni di Scarantino e la conclusione dei primi processi sono stati però smentiti nel 2009 dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, autoaccusatosi del massacro. Proprio in relazione alle dichiarazioni di Spatuzza la procura generale di Caltanissetta ha dato il via alla revisione del processo Borsellino Bis pochi mesi fa. Nel frattempo la procura retta da Sergio Lari continua ad indagare sulle reali dinamiche che portarono all’eccidio del giudice Paolo Borsellino.

Subito dopo la riapertura dell’inchiesta sulla strage di via d’Amelio, l’allora premier Silvio Berlusconi aveva bollato le indagini di Palermo e Caltanissetta come “vecchie storie, non è   per questo che dobbiamo spendere i soldi degli italiani”. In un’aula bunker in cui per la prima volta non era presente alcun esponente politico del centrodestra (oltre al neo sindaco di Palermo Leoluca Orlando c’era soltanto il senatore del Pd Beppe Lumia) Napolitano ha invece voluto parlare per la prima volta anche della “trattativa”, il patto sotterraneo che vide pezzi delle istituzioni sedersi allo stesso tavolo di Cosa Nostra nel 1992, oggetto dell’indagine in corso dal 2007 alla procura di Palermo. “Bisogna raggiungere verità rigorosamente accertate e non schemi precostituiti, indispensabili anche per far luce sui rapporti tra rappresentanti dello Stato e Cosa Nostra, anche per quella trattativa di cui si dibatte da vent’anni. Falcone è stato tra coloro che hanno ben colto e analizzato le storiche debolezze e ambiguità dell’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata”.

Stamattina anche il premier Mario Monti si era espresso in relazione alle indagini sulla trattativa e sulle stragi, sottolineando che “l’unica ragione di Stato è la ricerca della verità”. Napolitano si è espresso anche in relazione all’atavico problema della condotta dei magistrati che da anni assilla alcuni ex ministri della giustizia. ”La magistratura deve avere ricordare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino prendendone l’esempio anzitutto sulla fedeltà alla Costituzione, come robusta e responsabile capacità di porsi al servizio del cittadino e rimanendo al di fuori di una irreale pretesa di onniscienza”.

Secondo il capo dello Stato ”l’autonomia e l’indipendenza che a Falcone erano care, si esprimevano nella sua libertà di giudizio e nel rispetto per le istituzioni, in una inequivoca distanza da posizioni di partito”. Il presidente ha analizzato anche il momento attuale, a più riprese paragonato al 1992, soprattutto dopo la strage di Brindisi. “Siamo preoccupati per la persistente gravità della pressione e della minaccia mafiosa, non la sottovalutiamo, ma ci sentiamo ben più forti che in quei tragici momenti del 1992. Coloro hanno osato stroncare la vita di Melissa e minacciare quella di altre sedicenni, se lo hanno fatto poi a Brindisi, in quella scuola, per offendere la memoria di una martire come Francesca Morvillo Falcone, la pagheranno e saranno assicurati alla giustizia”.