Per le stragi di mafia, “l’unica ragione di Stato è la ricerca della verità” che non bisogna “mai stancarsi di cercare”. Per il presidente del Consiglio Mario Monti non c’è alcuna giustificazione che “possa giustificare ritardi” sulla scoperta della verità intorno alla morte di Falcone e Borsellino. Il premier lo ha detto a Palermo, dove si trova con il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, nel Giardino della Memoria, per inaugurare un monumento ai caduti nella lotta contro la mafia, nel ventennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio. “Gli apparati dello Stato devono essere lontani dal sospetto di prossimità con le organizzazioni mafiose”, ha aggiunto Monti che ha ricordato l’impegno del Parlamento. Camera e Senato hanno infatti “varato una prima riorganizzazione della normativa antimafia, ma è un lavoro che non si è completato. Su alcuni punti c’è l’impegno del governo ed è in stato avanzato”. Dichiarazioni che arrivano nel pieno dell’inchiesta della procura palermitana sulla trattativa Stato-mafia, avviata tra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra nel 1992.

Poi ha parlato del magistrato ucciso nella strage di Capaci. “Da Falcone, sua moglie e la scorta, dal loro sacrificio, da quegli uomini dobbiamo ripartire ogni giorno nella lotta senza quartiere a tutte le mafie. Ognuno di noi è chiamato a questo impegno, a non dobbiamo pensare mai che le mafie siano imbattibili e a non anteporre mai interessi personali a quello della collettività”. Il premier estende la sua riflessione sulla legalità anche ai “vari livelli di governo” dove ”deve esserci un impegno sempre più forte nella selezione dei rappresentanti da eleggere”. 

La lotta alle mafie, poi, deve essere condotta a tutto campo, perché “è illusorio pensare di sconfiggere Cosa Nostra solo a Palermo, la ‘ndrangheta solo a Reggio Calabria, la camorra solo a Napoli. Tutto il Paese deve sentirsi coinvolto in questa lotta, da Nord e Sud, e saper leggere e contrastare i segnali delle mafie senza paura e senza illudersi di essere immune”.  Le mafie infatti, ha proseguito il premier, “oggi sono molto diverse da quelle che Falcone aveva iniziato a contrastare sotto la guida di Chinnici. Hanno ricevuto e ricevono colpi molto forti dalla magistratura e forze di polizia. Ma sono state capace di reinvertarsi e hanno moltiplicato i luoghi dove insediarsi”.

NAPOLITANO – Per il presidente della Repubblica bisogna “proseguire con determinazione sulla strada di Falcone e Borsellino”. Dall’aula bunker di Palermo Napolitano ha assicurato che coloro che hanno commesso l’attentato a Brindisi “sono nemici” e “la pagheranno” e che la criminalità organizzata “possa oggi anche tentare feroci ritorni alla violenza di stampo stragista e terroristico non possiamo escluderlo”. Inoltre  ”la mafia e le altre espressioni della criminalità organizzata restano un problema grave per la democrazia da perseguire con la più grande determinazione e tenacia” sulla strada dell’esempio di Falcone e Borsellino. La mafia inoltre resta un “problema grave per la democrazia” e “l’autonomia e l’indipendenza che a Falcone erano care si esprimevano nella sua indipendenza”. Le sue prese di posizione “spesso controcorrente e innovative si scontrarono con meschinità e faziosità senza mai fiaccare la sua volontà di continuare nelle battaglie” per la legalità.

Inoltre la crisi economica, la disoccupazione, aiutano la mafia e stringono il sud in un nodo scorsoio che rischia di soffocarlo. Napolitano ha sottolineato come “nel quadro della crisi generale che l’economia italiana ed Europea stanno attraversando”, “la compenetrazione tra criminalità e l’attività economica è divenuta un nodo di estrema rilevanza nel Mezzogiorno”. Si tratta, ha aggiunto, di un “nodo soffocante per ogni possibilità di sviluppo in queste regioni, in cui la crisi favorisce l’azione predatoria dei clan criminali, e questi tendono a porsi come procacciatori di occasioni di lavoro, sia pure irregolare, nero, in un contesto di disoccupazione crescente e disperata”. Il Mezzogiorno, ha proseguito il Presidente della Repubblica, “rischia di essere stretto in questo nodo scorsoio, in questo circolo vizioso, proprio quando l’Italia ha bisogno di un apporto nuovo delle risorse di queste Regioni. La lotta contro la mafia e’ dunque piu’ che mai una priorita’ per tutto il Paese”.

Il presidente della Repubblica è convinto che oggi siamo certo “preoccupati”, ma “più forti” nella lotta contro “l’anti stato” e che “il rispetto della legge è garanzia della libertà”. Falcone ha “privato la mafia della sua aura di invulnerabilità e invincibilità”. Napolitano osserva che ci sono stati errori nei procedimenti che riguardano via D’Amelio ma ribadisce, riprendendo quanto detto da Monti, che non c’è “nessuna esitazione pur di raggiungere la verità sulle stragi”. Per quanto riguarda la riforma della legge elettorale, per Napolitano è ormai “indispensabile” e “garantire stabilità di Governo, mettere in cantiere processi di riforma” deve essere “l’impegno più largamente condiviso e sostenuto. E non ce ne faremo deviare da attacchi criminali, fenomeni di violenza e comportamenti destabilizzanti di qualsiasi matrice”. Poi ricorda: “Non ci facemmo intimidire, non lasciammo seminare paura e terrore nè nel 1992, nè in altre dure stagioni e sconvolgenti emergenze”, ha aggiunto, “tanto meno cederemo ora. E, commosso, ha chiuso il suo discorso a Palermo con un appello ai giovani: “Scendete al più presto in campo – ha detto – per rinnovare la società e la politica”.

Ma il Capo dello Stato ha avuto parole di ammonimento anche per la magistratura: “Non si possono eludere problemi di riflessione interni alla magistratura addossando al potere politico tutte le responsabilita della crisi della giustizià” e soprattutto la magistratura deve rimanere “distante dalle posizioni di partito”. In un passaggio di un suo discorso, ricordando la figura e le azioni di Falcone e Borsellino, Napolitano ha richiamato la magistratura al loro esempio fondato “anzitutto sulla fedeltà alla Costituzione, come robusta e responsabile capacità di porsi al servizio del cittadino” e rimanendo “al di fuori di una irreale pretesa di onniscienza”. Secondo Napolitano, infatti, “l’autonomia e l’indipendenza che a Falcone erano care, si esprimevano nella sua libertà di giudizio e nel rispetto per le istituzioni, in una inequivoca distanza da posizioni di partito”.

STUDENTI A PALERMO – Sono arrivate al porto di Palermo le due navi della legalità ribattezzate ‘Giovannì e Paolo’ dedicate ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con oltre 2.500 studenti provenienti da tutta Italia. Le navi partite da Napoli e Civitavecchia sono state accolte nel capoluogo siciliano da migliaia di ragazzi. Una volta sbarcati a Palermo gli studenti andranno all’aula bunker per il confronto istituzionale con il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano e Monti. Gli altri ragazzi, invece, andranno diverse piazze simbolo della città, dove sono stati allestiti ‘villaggi della legalità”.

”Sulla memoria costruiamo il nostro futuro”, ha detto il procuratore antimafia Piero Grasso che ha accolto i ragazzi. Anche per Maria Falcone, sorella del magistrato, i giovani “hanno ritrovato, attraverso la memoria di Giovanni, i valori di legalità e giustizia. Il messaggio che arriva tutti gli anni dalle scuole trasmette voglia di cambiare”.

Napolitano ha poi incontrato alcuni studenti della scuola Morvillo-Falcone di Brindisi, colpita da un attentato sabato scorso in cui ha perso la vita Melissa Bassi. Cinque sue compagne di classe hanno mostrato al capo dello Stato il libro con tutti i pensieri raccolti in questi giorni di dolore e gli hanno mostrato il quadro, portato a Palermo, con cui avevano vinto un premio legalità.

MONTECITORIO – Parole durissime arrivano dalla Camera, dove Walter Veltroni in occasione della commemorazione solenne ricorda che quello tra mafia e politica è stato “un intreccio perverso che segna la storia di questo Paese e voglio dire esplicitamente che per molti momenti della storia italiana i referenti politici della mafia sono stati seduti lì, ai banchi del governo della Repubblica italiana”. Un discorso che si collega al contesto di quell’attentato, al momento politico di un Parlamento alla prese con una difficilissima elezione del Presidente della Repubblica e che Veltroni rievoca insieme alla citazione di “un’agenzia, che faceva riferimento all’onorevole Sbardella, che disse, il giorno prima della strage di Capaci, dell’attentatuni come lo chiamarono gli stessi mafiosi, che ci voleva un ‘botto esterno, come ai tempi di Moro’ per arrivare a una soluzione”.