Francesco Belsito, l’ex tesoriere della Lega, avrebbe informato direttamente Umberto Bossi sulle spese “più significative” effettuate dai familiari del leader e pagate coi soldi del partito. Belsito avrebbe chiarito che aveva una sorta di “carta bianca” dai vertici sugli investimenti, mentre per le spese più importanti dei familiari del leader avvisava direttamente l’allora segretario. In una giornata convulsa per il Carroccio il senatore Piergiorgio Stiffoni, tirato in ballo per l’affaire dei diamanti, ha fatto sapere di aver rassegnato le dimissioni da Amministratore del Gruppo della Lega Nord al Senato e di essersi auto sospeso dal movimento e dal gruppo Lega Nord al Senato “al fine di non danneggiare l’immagine del movimento, fino alla conclusione dell’attività istruttoria da parte della magistratura, sicuro che verrà’ fatta piena luce sulla realtà dei fatti”.  Stiffoni era stato chiamato in causa anche in alcune intercettazioni in cui si diceva che avrebbe ricevuto 50 mila euro tramite Belsito dai conti leghisti. Le dimissioni sono arrivate poco dopo la notizia che i pm di Milano hanno sentito come testimone Federico Bricolo, il capogruppo al Senato del Carroccio. L’audizione del senatore sarebbe durata per circa tre ore e da quanto è trapelato sarebbe dovuta ad alcuni sospetti che gli inquirenti hanno sulla gestione dei rimborsi delle spese per il gruppo dei senatori della Lega da parte di Piergiorgio Stiffoni, che risulta avere la firma sul conto al Senato del Carroccio. Forse un nuovo capitolo d’inchiesta di cui l’ex tesoriere sarebbe all’oscuro. 

Belsito invece – che ha rilasciato dichiarazioni spontanee davanti al procuratore aggiunto Alfredo Robledo e ai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini – ha spiegato che i vertici del partito erano a conoscenza della sua volontà di “diversificare” gli investimenti (coi fondi della Lega, tra le altre cose, Belsito avrebbe movimentato denaro verso Tanzania e Cipro), ma che poi lui si muoveva autonomamente per quanto riguarda le singole operazioni, godendo di “fiducia”. Tra gli investimenti anche l’acquisito di diamanti e lingotti d’oro che l’ex tesoriere ha restituito affermando che ne era solo il “custode”. 

Per quanto riguarda, invece, le spese personali della famiglia del leader, sempre stando a quanto avrebbe messo a verbale Belsito, l’ex amministratore si sarebbe mosso diversamente, avvertendo il leader quando gli importi da pagare erano significativi. Non sarebbe però entrato nel dettaglio delle singole spese. “I costi della famiglia” sarebbero consistiti per esempio nel pagamento delle auto “per i ragazzi”, di alcune multe, dell’assicurazione della casa e anche della ristrutturazione della villa di Gemonio. Nella cartella “The Family” sequestrata in una armadio custodito in un ufficio della Camera a Roma Belsito, che al telefono con la segretaria Nadia Dagrada oggi sotto interrogatorio da parte degli inquirenti di Reggio Calabria spiegava che nel solo 2011 per la famiglia Bossi erano stati spesi oltre 600 mila euro, ha raccolto fatture e documenti contabili a dimostrazione che dai conti intestati al Carroccio sono usciti soldi per pagare le spese dei Bossi. Somme consistenti sarebbero state dirottate anche verso il SinPa, il sindacato padano, e alla sua ormai ex presidente Rosi Mauro, espulsa dalla Lega. Alla senatrice, che non si è dimessa da Palazzo Madama, Belsito avrebbe dato denaro per pagare la sua istruzione e quella del suo addetto alla sicurezza. 

Intanto, stando a quanto è filtrato in relazione all’incontro di ieri tra i magistrati milanesi e il pm della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, c’è una forte “saldatura” tra le due inchieste: quella lombarda sulle distrazioni dei fondi del Carroccio e quella calabrese sul riciclaggio anche di soldi della ‘ndrangheta della cosca De Stefano. Nel pomeriggio, invece, sarà ascoltato il pentito di ‘ndrangheta Luigi Bonaventura sarà ascoltato come persona informata sui fatti. Il collaboratore di giustizia, assistito dall’avvocato Giulio Calabretta, sarà ascoltato dagli inquirenti calabresi – che indagano su un maxi-riciclaggio di denaro messo in piedi per conto della mafia calabrese – nella sede della Dia di Milano.

Bonaventura, che vive da tempo sotto protezione e che era al vertice della omonima cosca del Crotonese, potrebbe essere utile agli inquirenti per ricostruire le attività illecite della cosca reggina dei De Stefano. Bonaventura infatti, essendo stato un esponente di spicco della ‘ndrangheta calabrese, potrebbe essere a conoscenza di dettagli utili alle indagini che puntano a ricostruire i flussi del denaro che sarebbe stato riciclato anche con l’aiuto, secondo l’accusa, dell’ex amministratore del Carroccio. Infatti  c’è una nuova pista investigativa che unisce a doppio filo le indagini di Milano e quelle di Reggio Calabria e riguarda il denaro non contabilizzato della Lega, ossia i presunti fondi neri, che si ritiene siano stati riciclati assieme a quelli della ‘ndrangheta. Da quanto è filtrato tra i nuovi elementi in comune tra le due indagini che hanno portato a stabilire una saldatura tra le due inchieste ci sono anche interrogatori di un indagato comune, l’imprenditore Paolo Scala e quello di Belsito reso ieri al pm Giuseppe Lombardo e che oggi è stato acquisito dalla Procura di Milano. Altro punto in comune è il consulente legale Bruno Mafrici, già indagato nell’inchiesta di Reggio Calabria per riciclaggio e ritenuto personaggio di grande rilievo. Lo studio di Manfrici, M. G. I. M. con una sede in pieno centro a Milano, avrebbe rapporti d’affari con numerose società.

Dai primi accertamenti degli inquirenti milanesi, infatti, risulta che lo stesso studio avrebbe anche ottenuto un pagamento da 40-50 mila euro per un ricorso al Tar promosso dalla Siram, società di servizi ambientali e energetici. Nel filone Siram, uno dei capitoli dell’inchiesta milanese, sono indagati tra gli altri l’ex tesoriere Francesco Belsito e l’uomo d’affari Stefano Bonet, entrambi iscritti nel registro degli indagati di Reggio Calabria anche per riciclaggio. Il terzo uomo è l’uomo d’affari che era in rapporti con Belsito, Paolo Scala, interrogato all’inizio dei primi accertamenti e il cui verbale è stato segretato.  

Dopo lo scandalo, le espulsioni della Mauro e dello stesso Belsito arriva l’invocata pulizia anche per personaggi decisamente minori. Uno degli autisti, non quello che aveva filmato Renzo Bossi afferrare i soldi dei rimborsi, sarebbe stato licenziato. A suo dire perché invece di “stare agli ordini per ciò che riguarda le mansioni per le quali era stato assunto”, ovvero essere l’autista a Umberto Bossi, avrebbe obbedito alla moglie del Senatur, Manuela Marrone, e alla vice presidente del Senato, Rosi Mauro. Oscar Morando era dal 2010 alle dipendenze del movimento. Nella lettera di licenziamento (“per giusta causa”), mostrata dallo stesso Morando ai cronisti, davanti alla sede della Lega, si elencano una serie di motivi per i quali sarebbe venuto meno il “nesso fiduciario” col datore di lavoro. Tra questi, “un’intervista al Corriere della sera”, che Morando nega (in realtà il quotidiano ha pubblicato un articolo in cui narra la sua vicenda), e la stesura di un libro di cui l’ex autista “rende parziale testimonianza ai giornalisti e ai media su notizie riservate”. Ma soprattutto, il fatto che “nell’espletamento del suo lavoro ha risposto agli ordini di Rosi Mauro e Manuela Marrone che non avevano alcun potere di dare ordini”.  Morando, sostiene la Lega, “sorvegliava le amicizie di Renzo Bossi, aggiornava i suoi punti di interesse a livello di Regione e studiava tutto ciò che lui portava nei suoi dibattiti in Regione”