Valterino Lavitola in carcere ha scoperto di avere un coindagato coi fiocchi: Silvio Berlusconi. La Procura di Bari guidata da Antonio Laudati accusa l’ex premier e l’ex direttore de L’Avanti! dello stesso reato in concorso: induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria. Si tratta della vicenda delle escort che l’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini ha portato negli anni scorsi nelle residenze del Cavaliere. Il nome di Berlusconi in qualità di indagato compare sull’avviso di proroga delle indagini che gli inquirenti baresi hanno notificato l’altro ieri a Lavitola quando era già a Poggioreale, con in mano l’ordinanza di custodia cautelare per truffa e corruzione internazionale firmata dal Gip di Napoli Dario Gallo.

Per i magistrati di Bari, su istigazione dell’allora capo del governo e in cambio di almeno 500. 000 euro ricevuti da Berlusconi, Lavitola ha indotto Tarantini a rendere dichiarazioni false nel procedimento relativo al giro di escort e in particolare, scrisse il Riesame di Bari a febbraio, in due verbali datati 29 e 31 luglio 2009 “reticenti e a tratti mendaci in merito al coinvolgimento del premier”. Tarantini ha sempre sostenuto che Berlusconi era ignaro di andare a letto con delle prostitute. Lavitola avrebbe avuto il ruolo di “intermediario” tra Berlusconi e Tarantini e di “concorrente dell’autore materiale del reato”, che secondo le ricostruzioni dell’accusa è Berlusconi, inducendo l’imprenditore barese a patteggiare la pena per non fare depositare le sue compromettenti conversazioni telefoniche con l’ex premier. E ieri Lavitola ha “cantato” per quasi sette ore con i pm di Napoli Curcio e Woodcock, e il Gip Gallo, quest’ultimo pure per conto degli inquirenti di Bari.

Lavitola ha prima risposto a domande sull’inchiesta partenopea. E in particolare sui 5 milioni di euro che, secondo la sorella di Lavitola, il faccendiere avrebbe chiesto a Berlusconi in cambio del silenzio, e sull’indebita percezione di più di 23 milioni di euro di contributi pubblici per l’editoria. Una parte dell’interrogatorio ha riguardato le accuse di corruzione internazionale in relazione al suo ruolo di consulente Finmeccanica e di plenipotenziario di fatto del governo Berlusconi a Panama. Decine di milioni di euro di tangenti, mediate attraverso la società “Agafia corp” amministrata – sostengono i pm – da una prestanome amante di Lavitola. Per oliare il tutto, una delle controllate di Finmeccanica, “Agusta”, avrebbe promesso al presidente panamense Ricardo Martinelli un elicottero da 8 milioni di dollari. Un’accusa corroborata da intercettazioni e da una email richiamata nell’ordinanza di arresto, “assolutamente chiara e inequivoca sulla destinazione dell’ elicottero a Martinelli, il presidente di Panama. In questo caso si ha una conferma alle dichiarazioni accusatorie del Velocci (testimone chiave dell’inchiesta). Il Lavitola, infatti, comunicava al figlio del presidente che bisognava incontrarsi”. Esiste infatti una mail inviata da Martinelli a Valter Lavitola alle 17. 29 del 12 febbraio 2011: “Amico, quando verrai la prossima settimana, chiudimi tutte le questioni di cui ho parlato con Mauro oggi (l. Elicottero 2. Modulari). Per l’elicottero non c ‘è fretta. Saluti, R”.

La formalizzazione dell’accusa nei confronti di Berlusconi, che prevede una pena da 2 a 6 anni di carcere, firmata dal procuratore aggiunto di Bari Pasquale Drago, è collegata a una parte delle oltre 100mila intercettazioni acquisite nel corso delle indagini su Tarantini. In quelle telefonate ci sarebbe la “prova evidente” della volontà del Cavaliere di incaricare Lavitola per indurre Tarantini al silenzio rispetto alle vicende delle escort. Un silenzio ricompensato dall’impegno di Berlusconi di farsi carico “della situazione di Tarantini” a suon di centinaia di migliaia di euro.

Tra gli argomenti del Tribunale del Riesame di Napoli, che aveva disposto il trasferimento degli atti di indagine a Bari, si legge infatti che Berlusconi “era pienamente consapevole che le ragazze portate nelle sue residenze da Giampaolo Tarantini erano delle escort”. E solo il suo silenzio avrebbe garantito all’ex premier lo scudo necessario per continuare a definirsi, aldilà delle evidenze, “utilizzatore finale inconsapevole”. E il costo del silenzio, concordato da Lavitola, era alto: 20mila euro al mese per un totale di 850mila euro. Da cui è escluso un altro mezzo miliardo di euro, di cui slo un quinto è arrivato nelle tasche dell’imprenditore barese.

di Vincenzo Iurillo e Antonio Massari

aggiornato dalla Redazione Web il 19 aprile 2012, ore 8.43