“Il governo dei professori non è interessato alla scuola”: è questo l’urlo che aprirà la due giorni dedicata ad assemblee e dibattiti su scuola e università il 23 e 24 marzo a Bologna. Genitori, studenti, insegnanti, docenti, ricercatori strutturati e precari, assegnisti e dottorandi, e in generale tutti coloro che si sentono parte della “rete dei sensibili“, si incontreranno venerdì 23 marzo nelle scuole di tutte le città per riportare l’attenzione sullo stato di umiliazione in cui versa l’istruzione pubblica in Italia. Il programma è fitto, in particolare a Bologna, ove la due giorni inizia venerdì 23 Marzo alle 18 con un appuntamento pubblico in Piazza Nettuno, per proseguire sabato 24 con due assemblee. La Convenzione Nazionale per la Scuola Bene Comune: Pubblica, Capace, Accogliente, si terrà al Teatro Testoni dalle 10 alle 18, mentre in contemporanea l’Assemblea Nazionale Università Bene Comune si terrà in piazza Scaravilli, per poi confluire alle ore 21 al teatro Testoni, ove la serata si chiude con uno spettacolo musicale di Maurizio Cardillo, Gaspare Palmieri e Christian Grassilli, Bruno Stori, Andrea Rivera.

“La lista delle miserie è lunga”, dice Ambrogio Vitali, tra i più attivi organizzatori dell’Urlo, che giustamente preferisce porre l’accento sull’anima creativa delle due giornate: la due giorni della scuola coinvolge più di quaranta associazioni di genitori e insegnanti, ha raccolto migliaia di adesioni nel mondo della cultura, e ha già messo in campo un lavoro piuttosto lungo costituendo una Associazione  Nazionale “Una nuova primavera per la scuola pubblica”, “perchè molto futuro ancora deve venire al mondo”. Fatto sta che accanto a questa creatività gli bastano pochi dati per spiegare il problema: otto miliardi di tagli, sedici miliardi di finanziamento in meno rispetto alla media europea, tagli all’organico, al tempo pieno, alle ore di lezione, agli insegnanti di sostegno, ai libri, all’edilizia scolastica, alle fotocopie, per non parlare dei tagli in busta paga agli insegnanti, dell’Invalsi, del sovraffollamento scolastico. Insomma, paradossalmente la scuola raramente ha vissuto momenti tanto bui quanto oggi, durante il governo dei Professori. E non è la sola.

Da tempo, il paese dei “figli dei figli dei figli dei figli dei figli Michelangelo e Leonoardo”, come voleva un vecchio adagio americano, pare aver fatto a pugni con la cultura. Non entro nel merito del Fondo Unico per lo Spettacolo, né dei tagli alla cultura, che ben raccontano con quale perizia stia avvenendo lo smantellamento di uno dei più ricchi patrimoni artistici al mondo. Penso all’Università: l’Italia è al terzultimo posto su 34 paesi quanto a investimenti rispetto al Pil, nonostante sia il settimo paese al mondo per pubblicazioni scientifiche, e la deriva al ribasso non vede tregua: stando ai decreti 436437, ieri approvati dalla Commissione Cultura del Senato, gli scenari possibili parlano di un radicale blocco del reclutamento, della contrazione del numero di docenti (già tra i più bassi per studente), dell’aumento delle tasse universitarie, della contrazione del diritto allo studio, del taglio stesso degli atenei.

“Questo è il punto”, dice Maurizio Matteuzzi. “Il cosiddetto governo dei professori, entro il quale, sia detto in parentesi, non molti han fatto una lezione negli ultimi vent’anni, a tutto pensa per il rilancio del sistema-paese fuori che alla cosa più ovvia, l’investimento in ricerca e sviluppo. La cosa è tragicomica”, dice Matteuzzi. Effettivamente è tragica. Ultima per investimenti in ricerca e sviluppo, a guardare i dati non si capisce da dove dovrebbe venire la ripresa italiana, quando l’unica prospettiva è una politica basata sulla dequalificazione, i tagli, una certa demagogia. “Un buon artigiano non è un artigiano buono”, taglia la testa al toro Matteuzzi citando Aristotele. Effettivamente è così.

Fatto sta che mentre Bologna pullula di un’altra Italia, mi torna in mente un vecchio libro. Negli anni sessanta “Lettera a una Professoressa” già poneva chiaramente il problema del significato politico dell’esclusione scolastica. “La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde”, scrivevano a Barbiana nel 1976. “A questo punto gli unici incompetenti siete voi che li perdete e non tornate a cercarli”(p. 33). Oggi queste frasi sembrano anacronistiche, eppure è evidente che le riforme degli ultimi anni ci stanno riportando proprio lì, a un modello di scuola e università ad accesso ristretto, scandito da costi sempre più alti e numeri sempre più bassi. I ragazzi allora lo scrivevano chiaramente: questo libro non è per professori, “è un invito a organizzarsi”. Sia benvenuto l’Urlo di Bologna, dunque.