Federico Macheda del Manchester United

La federcalcio (FA) e il governo inglese, in una conferenza stampa di un paio di settimane fa (cui ha partecipato anche il primo ministro Cameron), lanciano una campagna contro il razzismo e l’omofobia nel calcio. Promettono il pugno duro contro chiunque si renda colpevole di comportamenti o pronunci frasi intolleranti. E il primo top player ad essere sanzionato è… un italiano. Si tratta di Federico Macheda, attaccante ventenne del Manchester United da gennaio in prestito al Queen Park Rangers, che due giorni fa è stato multato di 15mila sterline e diffidato dalla FA per aver postato un insulto omofobo su Twitter.

Durante un litigio con uno dei suoi follower sul suo profilo personale di Twitter, Macheda ha cinguettato: “Shhhhhh u little stupid gay!“. Il post è stato subito rimosso e Macheda si è difeso in un successivo post spiegando che si è trattato di un errore di ortografia, volendo digitare ‘guy’ (ragazzo) invece che ‘gay’ (omosessuale). Ha ammesso l’errore e ha chiesto alla FA di essere sentito in un’apposita audizione per potersi discolpare. Ma il governo del calcio inglese non ha voluto sentire ragioni e l’ha sanzionato.

Nelle ultime due settimane, dal lancio della campagna contro l’omofobia ‘Opening doors and joining in‘, sono già stati multati altri calciatori per frasi omofobe postate sui social network: trattasi di Morrison del West Ham (7000 sterline), Ranger del Newcastle (6000) e Smith del Walsall (1200). A febbraio, durante la settimana della campagna ‘Football v Homophobia’ – promossa in nome di Justin Fashanu, l’unico calciatore professionista britannico ad avere ammesso la propria omosessualità e morto suicida nel 1998 dopo essere stato ostracizzato dal mondo del calcio – tre tifosi del Milwall sono stati arrestati per cori omofobi durante una trasferta a Brighton.

Il pugno duro inglese sull’omofobia segue quello contro il razzismo: a dicembre la maxi squalifica di 8 giornate di Suarez del Liverpool, per essersi ripetutamente rivolto con l’epiteto ‘negro’ a Evra del Manchester United, e il processo penale contro Terry, capitano del Chelsea cui a seguito dell’episodio è stata tolta la fascia della nazionale, per gli insulti razzisti a Ferdinand del QPR. A gennaio un tifoso del Chelsea arrestato per dei cori razzisti in treno di ritorno da una trasferta a Norwich.

In Italia no, la tolleranza zero rimane sulla carta. Per rimanere agli ultimi episodi. La Lazio è stata multata di soli 20mila euro per i ripetuti ‘buuu’ dei suoi tifosi all’indirizzo di Juan nel derby di domenica con la Roma. Dove il giocatore brasiliano è stato l’unico a fare qualcosa, avvicinandosi ai tifosi con il dito indice sulla bocca a intimare il silenzio. Mentre l’arbitro non ha ritenuto opportuno adoperarsi per fermare la partita e gli steward, che dovrebbero controllare il comportamento dei tifosi, non si sono degnati di distogliere lo sguardo dal campo per intervenire. Solo 10 mila euro di multa la settimana precedente alla Juventus, per i boati razzisti dei suoi sostenitori nei confronti di Muntari del Milan. E così via. Dalla serie A alle categorie inferiori ci sono squadre che sono multate settimanalmente per cori razzisti, ma dopo l’indignazione del lunedì e la multa del martedì tutto continua come prima.

Addirittura nessuna sanzione per lo striscione volgare e offensivo nei confronti di Pessotto esposto dalla curva del Bologna mercoledì sera nella partita contro la Juve. Perché, si legge nella motivazione del giudice sportivo, la società bolognese ha collaborato attivamente con le forze dell’ordine a fini preventivi e di vigilanza. Poi però per un tifoso entrare in uno stadio italiano sembra un’operazione di guerra, mentre in Inghilterra si entra tutti insieme e senza perquisizioni. Spesso si viene schedati arbitrariamente e se vuoi seguire la tua squadra in trasferta devi farti una strana e illegittima carta di credito chiamata Tessera del Tifoso, mentre in Inghilterra per acquistare un biglietto in trasferta ci si presenta al botteghino il giorno della partita e non serve nemmeno un documento di identità. Dov’è l’errore?