Trentacinque omicidi nel 2011, quattro solo a dicembre. L’ultimo episodio dello scorso anno appena due giorni prima del cenone di San Silvestro. E, quarantotto ore dopo capodanno, la gambizzazione a Tivoli di Francesco Bianco, estremista di destra ex appartenente ai Nar che si divertiva a promettere cannonate sugli studenti ed insultare la comunità ebraica dai computer dell’Atac, la municipalizzata romana dove era entrato grazie al vento di parentopoli. Ieri sera le armi sono tornate in azione, con una rapina feroce a Tor Pignattara, quartiere multietnico. Uccisi un piccolo imprenditore cinese di 31 anni e sua figlia di 6 mesi, in una scena di sangue che da tempo non si vedeva.

Un’escalation che apre nei peggiori dei modi il 2012. Gianni Alemanno la poltrona di sindaco l’ha conquistata promettendo sicurezza e legalità. Pochi mesi prima delle elezioni moriva Giovanna Reggiani, aggredita in una stazione periferica del treno regionale da Romulus Mailat, cittadino romeno. Alemanno intuì subito che politicamente era arrivato il suo momento: gli stranieri, diceva, erano il vero problema per la sicurezza di Roma. Mai una parola sulle mafie in campagna elettorale, nulla sull’assedio delle cosche alla capitale, terra di conquista e di investimenti. L’allora prefetto di Roma Carlo Mosca – sostituito pochi mesi dopo le elezioni di Alemanno – provò a ridimensionare quella formula sostenuta dalla destra romana: “L’equazione stranieri uguale delinquenti è sbagliata”, spiegò ai cronisti.

Eppure Gianni Alemanno era convinto della sua tesi, tanto da sostenerla con forza anche nelle interviste rilasciate ai giornali internazionali: “Nel sud dell’Italia il problema è la mafia. A Roma il problema è l’immigrazione”, al Sunday Times l’11 maggio del 2008, meno di un mese dopo le elezioni. Poi è iniziata l’escalation, che in tanti temevano. Omicidi, agguati, gruppi di fuoco che agiscono con le modalità tipiche delle organizzazioni mafiose. Arsenali impressionati ritrovati in giro per Roma, regolamenti di conti, intimidazioni. E ancora usura, bische clandestine gestite dalla ‘ndrangheta nelle periferie, un fiume di cocaina che si riversa sulla città, scorrendo parallelamente al cemento utilizzato per rendere legali i soldi dei pusher.

Il punto di svolta è un sequestro simbolo, quello dello storico Café de Paris in via Veneto. Secondo la Dda di Reggio Calabria era divenuto un pezzo importante del patrimonio degli Alvaro, famiglia di ‘ndrangheta presente da tantissimi anni a Roma. Controllano la zona della periferia est, spingendosi fino alla provincia di Latina, ad Aprilia. Era chiaro per tutti che Roma, al pari di Milano, di Torino, delle città liguri, romagnole, era terra di facile conquista. Già nel 2008 la pax mafiosa sembra rompersi. Piccoli agguati, una gambizzazione nella zona del Tuscolano in un garage. Poi iniziano gli omicidi, partendo in silenzio nella provincia, a Velletri, dopo un trafficante di peso, Luca De Angelis, viene ucciso in un agguato, con quattro colpi sparati in viso.

Passano pochi mesi, e un uomo del suo gruppo riesce a salvarsi da un agguato simile: la mattina bussarono alla porta i killer, spacciandosi per carabinieri e aprendo subito il fuoco. Nel frattempo, tra il 2006 e il 2009, raddoppiano a Roma le persone che si rivolgono agli sportelli antiusura, con 772 denunce all’anno. Il 2011 è una lunga scia di attentati, spesso in pieno centro cittadino. Sembra che le mafie – tradizionalmente silenziose nella capitale – ormai non temano più il clamore. L’episodio forse più chiaro è il duplice omicidio di Ostia lo scorso novembre, quando persero la vita Giovanni Galleoni e Franco Antonini, quarantenni, nati a cresciuti in questa estrema periferia, a qualche centinaia di metri dall’ex idroscalo. Eppure solo pochi mesi prima Alemanno insisteva nella sua teoria: “Ho sentito il prefetto, il quale a sua volta ha parlato con la Direzione distrettuale Antimafia – dichiarò nel maggio dello scorso anno – e ci sembra che la situazione sia decisamente sotto controllo”. La prima ammissione che qualcosa non funziona è arrivata solo un paio di mesi fa, dopo l’agguato di Ostia, quando, per la prima volta Gianni Alemanno ha parlato apertamente di pericolo mafia. Oggi le vittime sono due stranieri, una famiglia di cinesi, parte di quell’immigrazione che il sindaco di Roma indicava come criminale quando cercava il voto dei romani.