L'ex presidente Fifa Joao Havelange

Il brasiliano Joao Havelange, 95 anni, per una vita mammasantissima dello sport mondiale, ha rassegnato le proprie dimissioni dal Comitato olimpico internazionale. Il passo indietro arriva pochi giorni prima dell’esame della commissione etica sulle accuse che gravano sul suo conto: è infatti sospettato di aver accettato per anni bustarelle da una società di marketing, la International Sport and Leisure, in cambio di un trattamento di favore in occasione degli appalti legati ai grandi eventi sportivi.

Secondo le carte che riguardano il caso, Havelange avrebbe intascato denaro in modo illecito fino al 2001, anno in cui la Isl fu costretta a chiudere i battenti a causa di una bancarotta da 300 milioni di dollari. Giovedì prossimo, sul tavolo della commissione del Cio, il fascicolo relativo al più longevo rappresentante della più importante istituzione sportiva al mondo (Havelange è entrato nel Cio nel 1963) sarebbe stato considerato insieme con quelli di altri due suoi ormai ex illustri colleghi, Lamine Diack e Issa Hayatou, rispettivamente presidente dell’International Associaton of Atheltics Federations (Iaaf) e numero uno della Confederation of African Football (Caf). Anche per loro, conti che non tornano e sui quali fare chiarezza.

Havelange ha ricoperto diverse incarichi nel corso della sua carriera da dirigente sportivo. Tra i più rappresentativi, ricordiamo la presidenza della Federcalcio carioca, del Comitato olimpico brasiliano, ma anche e soprattutto la presidenza della Fifa, il massimo organismo mondiale in ambito calcistico. L’ha guidata per quasi cinque lustri, dal 1974 al 1998, poi passò la palla all’attuale patron del calcio mondiale, vale a dire Sepp Blatter. In Brasile gliene hanno dette di tutti i colori: ladro, mafioso, malversatore. Le polemiche che hanno coinvolto Havelange fuori e dentro casa sono state numerosissime. Dall’invettiva contro le pay-tv che stavano cominciando a sgomitare per avere spazio alla fine degli anni Novanta (“il calcio è per i poveri, è uno sport di classe, e così deve restare, non deve finire solo nelle case dei ricchi”), alle dure accuse che gli furono mosse da Pelè per via del progetto di demolizione del Maracanà, il tempio del pallone brasiliano (“se ne avessi il potere, lo raderei al suolo”).

Il dirigente brasiliano ha tenuto le redini per poco meno di 25 anni dello sport più seguito al mondo, incanalandone lo sviluppo verso i binari che più gli andavano a genio. Anche l’Italia non fu troppo tenera con lui. Oltre ad essere stato il responsabile del siluramento dell’ex dirigente arbitrale Paolo Casarin, che si oppose con tutte le sue forze alla designazione di due guardalinee mediorientali per la finale del Mondiale 2002 tra gli azzurri e il Brasile, Havelange fu oggetto di parole non proprio amichevoli da parte di Paolo Maldini nel dopo Italia–Cile dei Mondiali 1998: “La deve smettere, non può parlare come un tifoso qualsiasi. Pensi alle sue cose e si ricordi della carica che ha ricoperto come presidente della Fifa”. Cosa aveva detto l’ex presidente della Federcalcio internazionale? “L’Italia farebbe bene a preoccuparsi di come gioca”, gettando benzina sulle polemiche nate dall’arbitraggio che avrebbe favorito i sudamericani.