Nei giorni scorsi qualcuno ha annunciato che il 23 settembre farà i nomi dei politici italiani gay che lo scorso luglio hanno votato a favore dell’affossamento della legge contro l’omofobia. L’iniziativa era già stata resa nota prima della discussione della predetta legge, ma ora mancano poche ore alla data fatidica.

Questa forma di outing ha, nella mente di chi l’ha elaborata, un obiettivo preciso: quello di svelare l’ipocrisia di chi, con la faccia del politico di turno, pur essendo omosessuale ha avuto il coraggio di bocciare un disegno di legge a protezione delle persone omosessuali dalla violenza. L’outing è uno strumento di lotta (elaborato in America) che si rivolge non a tutti i gay non dichiarati in generale, ma solo a quelli che diffondono messaggi contro le persone omosessuali, dunque gli omofobi.

L’outing non è come il coming out, che si ha quando, invece, è la persona interessata a rivelare la propria omosessualità a qualcuno. Mentre quest’ultimo dunque è un atto completamente volontario, l’outing resta uno svelamento forzato, che ha luogo contro la volontà dell’interessato.

Trovo l’iniziativa dell’outing dei politici un’azione del tutto sbagliata.

E’ sbagliata anzitutto sotto un profilo generale, perché non se ne comprende la ragione. Dire che ci sono molti politici gay che ragionano in modo ipocrita fornisce forse un valore aggiunto per la sacrosanta battaglia per i diritti delle persone omosessuali e transessuali? E’ ovvio che, a dar per buona la statistica, considerata solitamente valida, che vuole almeno il 5% della popolazione formata da persone omosessuali, si potrebbe dire che un’analoga percentuale del nostro parlamento è fatto di gay o di lesbiche. Ben più, quindi, dell’unica parlamentare dichiaratamente lesbica che oggi conosciamo (Paola Concia). Ma una volta avuti i nomi, che ce ne facciamo? Credete che perdano voti? Forse. E dopo che hanno perso voti, cosa succederà?

E’ sbagliata inoltre dal punto di vista del diritto, perché dichiararsi è un atto di libertà, cioè un diritto della persona, che non può prescindere dalla sua volontà. Esso è il più delle volte il risultato di un elaborato e profondo esame di coscienza e il traguardo di un percorso interiore molto difficile. Trovo ridicolo che lo si trasformi in un’imposizione. Mi ricorda un po’ J. Edgar Hoover, l’omobofo direttore dell’Fbi che conviveva col proprio compagno ma che in pubblico sosteneva che “se a questi soggetti [i gay] viene consentito di scorrazzare per il nostro Paese, nessun bambino sarà più al sicuro”. All’epoca, dire che Hoover era gay avrebbe solo fatto un favore alla propaganda dell’Unione Sovietica.

Infine, l’iniziativa dell’outing è politicamente pericolosa. Lo sanno bene i norvegesi, quando nel 1993 si trattava di approvare una legge sulle unioni omosessuali. Gli oppositori della legge scatenarono una campagna contro i singoli promotori della legge stessa, accusandoli delle peggior cose. Il risultato fu che la legge passò.

Lanciare attacchi personali non è mai una bella cosa in politica. Essa non dà, né toglie niente alle battaglie a favore delle persone omosessuali, che sono battaglie di principio, e non certo volte a raccogliere consensi o voti. Il rischio è che per raggiungere un risultato che riteniamo di civiltà si usino mezzi che civili non sono, e che per svelare l’ipocrisia o l’omofobia di pochi si giunga a minare le legittime richieste di molti. Non ne vale la pena.