E’ una bella notizia quella che da un po’ di giorni rimbalza dalle agenzie alle cronache locali, specie se di ispirazione cattolica. Una notizia che non fa prima pagina ma è destinata a scavare in profondità, come la talpa marxiana: è stato avviato definitivamente il processo di beatificazione di Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990 sulla superstrada che porta da Canicattì ad Agrigento. E’ un fatto senza precedenti. Che testimonia di un orientamento nuovo, e non ondivago, che si sta formando nella Chiesa un giorno complice con i suoi silenzi o addirittura con le sue connivenze.

Un orientamento che prese forma clamorosa una prima volta con l’omelia del cardinale Pappalardo ai funerali del prefetto dalla Chiesa nel settembre del 1982, e si fece condanna biblica davanti al mondo con il discorso di papa Wojtyla nella valle dei Templi nel maggio del 1993. Per diventare “carne e sangue” con il sacrificio di padre Pino Puglisi sull’asfalto del Brancaccio e di don Peppe Diana nella sacrestia di Casal di Principe. A venire beatificato, in questo caso, non è però un uomo della Chiesa, ma un laico. Un giudice antimafia, profondamente cattolico, come lo era Borsellino. Ma anche profondamente laico, tanto da lasciare un messaggio che ancora oggi risuona nelle pubbliche assemblee dell’antimafia: “non vi sarà chiesto se siete stati credenti ma se siete stati credibili”.

Un giudice antimafia che diventa beato. E’ un segno che andrebbe colto nel suo valore dirompente. Perché i tempi e il contesto parlano al di là dei fatti e ne mutano o dilatano il senso. I giudici (già “ragazzini” senza cervello, a cui non affidare neanche una casa di campagna, ai tempi di Cossiga) diventati “antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, o “un cancro da estirpare” nel corso della seconda repubblica. I giudici indicati ossessivamente come nemici della democrazia e del sentimento di umanità e giustizia. Le celebri “toghe rosse”, poi salite di grado come “bierre in procura”. E Mangano l’”eroe” sullo sfondo, mentre assurgono a rango di ministri inquisiti o imputati di mafia.

Livatino era stato tra i primi, forse il primo, a indagare sui celebri cavalieri del lavoro catanesi, nuovo e intoccabile potere imprenditoriale dell’isola. Aveva preso parte a un indimenticabile interrogatorio dell’onorevole Calogero Mannino a proposito delle sue frequentazioni sospette di personaggi mafiosi nell’agrigentino, il grande forziere del voto democristiano. Avrebbe insomma oggi tutti i requisiti per diventare bersaglio di campagne di stampa e degli insulti di Palazzo. La Chiesa che pure ha avuto i suoi Marcinkus, i suoi De Pedis , i suoi cardinali Ruffini, la Chiesa mai giacobina e moralista omaggia in una delle forme più alte un magistrato cattolico.

Ma con lui omaggia, di fatto, tutte le figure di magistrati che si sono comportati come lui e si comportano come lui, abbiano o no pagato le proprie scelte di “credibilità” con il sacrificio della vita. E’ impossibile non vedere questa sorta di “caduta del Muro”. D’ora in poi la mafia è infinitamente meno legittima di prima, l’antimafia va in paradiso. E speriamo che, anche grazie a questa beatificazione, ci vada pure da viva.