Quando il baseball Usa si fermò nel 1994, a causa di uno sciopero indetto dall’associazione dei giocatori per protestare contro la proposta dei proprietari delle squadre di introdurre un tetto agli stipendi, gli Stati Uniti caddero in un vortice di depressione che durò mesi. Un po’ come se agli italiani togliessero il calcio da un giorno all’altro, roba da scatenare una rivoluzione dalle conseguenze imprevedibili. Bene, ci risiamo. La pallacanestro a stelle e strisce, la Nba, il campionato che propone i migliori giocatori del basket mondiale, rischia seriamente di saltare un turno. Il copione è lo stesso: giocatori contro proprietari per via del denaro che non basta mai. Oggi è sciopero, lockout, serrata a tempo indeterminato. Ma tra qualche settimana potrebbe essere sospensione definitiva per la stagione 2011/2012.

Nba con le spalle al muro, o si trova un compromesso che venga incontro alle esigenze di tutti, oppure gli appassionati americani dovranno dedicare le proprie attenzioni altrove, magari al baseball, oppure al calcio. Il football meglio lasciarlo perdere, non si sa mai. I giornali del Nuovo continente dicono che si rischia grosso anche da quelle parti.

Le richieste dei proprietari delle squadre Nba sono chiare: definire una nuova ripartizione dei guadagni relativi agli incassi al botteghino e ai diritti tv (oggi 57% a 43% in favore dei giocatori), stabilire un tetto si spesa pari a 62 milioni di dollari da spendere ogni stagione, tagliare immediatamente 700 milioni di dollari agli ingaggi degli atleti, perché se non si interviene subito il sistema rischia il collasso. Dal canto loro, i giocatori, guidati dalla stella dei Los Angeles Lakers Derek Fisher, non vanno oltre ad una ripartizione 50-50 degli introiti sui biglietti e sui diritti tv, ad un taglio sugli stipendi che non superi i 500 milioni di euro (da spalmare però in cinque anni) e ad un rinnovo del contratto che sia di cinque anni e non di dieci come chiedono i boss della Nba. Le due parti, va da sé, sono ancora distantissime. E non si capisce come possano avvicinarsi se in settimane di contrattazione non sono stati registrati significativi passi in avanti.

Per Kareem Abdul Jabbar, uno dei più grandi cestisti di sempre, bandiera dei Lakers e più in generale di tutto il basket pro internazionale, la colpa della mancata intesa è dei giocatori. “Le società perdono milioni, troppi giocatori vengono pagati troppo e la situazione del mercato è difficilissima”, ha dichiarato il miglior marcatore di sempre della Nba. Per intenderci, i giocatori del campionato più bello del mondo guadagnano cifre da capogiro, da far sentire in difetto anche i campioni più titolati del pallone. Qualche esempio, giusto per rosicare nell’invidia e fare i conti con l’impossibile: Kobe Bryant dei Los Angeles Lakers ha ricevuto quest’anno un assegno dal suo club pari a quasi 25 milioni di dollari, che sommati a tutti i contratti di sponsorizzazione raggiungono la ragguardevole cifra di 53 milioni di biglietti verdi; LeBron James ha 26 anni e di milioni di dollari nel 2011 ne ha incassati in totale 48, stipendio da cestista più sponsor vari; anche lo spilungone cinese Yao Ming non se la passa malissimo, lo dice il suo conto in banca che quest’anno ha registrato un entrata pari a quasi 28 milioni di dollari all inclusive, mica male, no? Per carità, questi numeri non arrivano dal cielo, sono frutto di una negoziazione tra giocatori e club che al momento dell’accordo hanno stabilito che andava bene per tutti. Tuttavia, al momento di tirare le somme, si scopre che i conti non tornano e che bisogna cambiare registro se non si vuole chiudere le serrande di uno degli sport più seguiti al mondo.

Delle 30 squadre ai nastri di partenza della Nba, soltanto 8 hanno presentato al termine dell’ultima stagione un bilancio in attivo. Le altre 22 sono con l’acqua alla gola, anzi, di più, sono già in apnea e se non si trova il modo di passargli un po’ di ossigeno fanno la fine del pesce rosso che salta fuori dall’acquario: una lenta agonia, poi la morte. Nei guai anche la Nfl, il campionato pro del football americano, che non sa dove trovare il denaro necessario per sopravvivere. E pure in Europa le cose non vanno benissimo. In Spagna, numerose società della Liga, il massimo campionato spagnolo di calcio, hanno chiesto aiuto al governo del pallone perché non riescono più a fare fronte agli costi di gestione della loro attività. In Italia, invece, tutto bene. Certo, i debiti ci sono e sono spesso grandi come voragini, ma del rischio di una serrata del sistema neppure l’ombra: andate voi a raccontare ai milioni di tifosi di calcio sparsi per la Penisola che non si gioca più finché non si mette ordine ai conti? Platini, il numero uno della Uefa, ci proverà nei prossimi mesi. Stiamogli vicino, gli servirà.

di Dario Pelizzari