Ci siamo: domenica le donne possono dare uno schiaffo a un sistema culturale costruito da anni di veline e bunga bunga e di cui, francamente, non se ne può più.

Possono riprendersi la centralità del loro ruolo in una società, quella italiana, profondamente maschilista e dove le disparità nell’accesso ai servizi, alla politica, all’impresa e al potere è generalizzata a tutti i livelli. Porto un dato su tutti a dimostrazione di ciò: le donne nei consigli di Amministrazione guadagnano in media il 30% in meno rispetto agli uomini, la prova che non basta essere al top per essere reputate degne di pari trattamento.

In realtà in Italia ci sono già stati alcuni segnali che dimostrano l’inizio di una controtendenza: su tutti, la rappresentanza delle imprese e quella dei sindacati saldamente in mano a due donne, Emma Marcegaglia e Susanna Camusso, molto diverse tra loro ma ugualmente rappresentative della grande forza e del coraggio del genere femminile.

Sono diversi anni che mi dico: “Se non ora, quando?”. Non mi riesco a spiegare perché le donne ci abbiano messo tanto tempo per lanciare una campagna permanente per rivendicare, semplicemente, i propri diritti. In particolare, mi sono sempre chiesto come le donne che militano nelle formazioni di centro-destra abbiano fatto a sopportare l’idea di essere state sistematicamente scavalcate da donne provenienti dagli ambienti più disparati e portatrici delle competenze più “trasversali” nella corsa ai ruoli dirigenti nei partiti e nelle amministrazioni.

E continuo a non capire come sia possibile che le donne che hanno partecipato a riunioni di partito, hanno rappresentato i loro capi nei gazebo, nei territori, tra le persone non abbiano già manifestato senza aspettare che la società civile perdesse la pazienza.

Così come non mi spiego come le pasionarie di provincia abbiano continuato silenziosamente a raccogliere i voti nei condomìni, distribuendo i volantini nei mercati, rinunciando spesso a pezzi consistenti della propria vita privata per il bene delle loro comunità nonostante si siano rese progressivamente conto che grazie al loro lavoro è stato possibile far eleggere ragazze reclutate nei casting, comparse dal nulla e inviate a caso in un reality show o in un consiglio regionale.

Saranno proprio queste donne a stabilire il successo e anche il senso della manifestazione di sabato. Le donne che protestano devono essere unite e non devono essere schierate politicamente, altrimenti questa giornata di protesta sacrosanta si trasformerà in un dolorosissimo autogol.

Le donne del PDL, o almeno quelle che rappresentano quella parte politica, invece appaiono compatte nel fare blocco attorno a Berlusconi e le loro argomentazioni sono tanto più efficaci quanto meno chiaro è il motivo per cui sabato si scende in piazza e chi lo fa.

Le trappole da evitare di qui a sabato sono tantissime. Per una manifestazione di successo le organizzatrici dovranno rispondere senza ambiguità a queste domande:

– Perché le donne sono in piazza? Con chi ce l’hanno? Con Berlusconi perché va a letto con donne retribuite e consenzienti (non risultano, infatti, violenze nei bunga-bunga). E l’assioma “L’utero è mio e lo gestisco io” non vale più? Ce l’hanno con il Premier perché va a letto con le minorenni? Ecco, questo è un argomento più convincente (qui ci sono i dettagli legali). Se così fosse, però, il problema non risiederebbe nel Bunga Bunga e dunque nel significato sociale e morale di ciò che è successo nelle notti di Arcore, ma tutto si “ridurrebbe” a una semplice rivendicazione anagrafica. E a quel punto dovrebbero essere le minorenni, ovvero il soggetto demografico direttamente coinvolto, a guidare la protesta;

Perché la manifestazione si chiama “Se non ora quando?” Cosa è cambiato rispetto a qualche giorno fa? La prostituzione minorile esiste da sempre: possibile mai che non ci siamo mai indignati per lo sfruttamento di ragazzine disperate, che si sono prostituite per mangiare guadagnando una miseria mentre scendiamo in piazza perché abbiamo scoperto che ci sono giovani donne che non avevano bisogno di offrire il loro corpo al “drago” e che, tra l’altro, hanno guadagnato fortune in poche ore?

Si contesta la prostituzione o le prostitute? Si critica l’utilizzatore finale o le ragazze di Via Olgettina? Nel primo caso, dovrebbero essere prima di tutto gli uomini a prendere le distanze (e io approfitto per dire che chi va a puttane, per me, è un perdente) da chi pensa che pagare per avere una donna sia accettabile o addirittura bello. Nel secondo caso cresce il sospetto che in realtà questa manifestazione non avrebbe mai avuto luogo se le signorine non si fossero recate a casa di Berlusconi. E il nome della manifestazione suggerisce che questa interpretazione non sia peregrina.

Insomma, le donne italiane hanno l’occasione della vita, possono infatti dare uno strappo decisivo al berlusconismo, all’immaginario etico ed estetico che oramai ha reso la bellezza (e la volontà di scendere a compromessi) il primo requisito per fare successo nel nostro Paese, ma devono portare in piazza le donne di destra e far urlare loro che non sono come la Minetti e le minorenni per ricordare a tutti che la maggioranza delle italiane preferisce spezzarsi la schiena a studiare e lavorare, che piegarsi.

Senza questi due requisiti, senza un chiaro obiettivo da raggiungere (che di certo non si potrà raggiungere in un solo pomeriggio) e magari con la presenza in piazza di politici, soprattutto uomini e di sinistra, la manifestazione del 13 febbraio entrerà di diritto nella categoria a cui Silvio Berlusconi ha obbligato ogni manifestazione civica (elettorale, associativa, rivendicativa) che, dal 1994, ha avuto luogo nel nostro Paese: in un referendum pro o contro di lui. Se tra le donne della piazza di sabato non ci sono anche le elettrici di Berlusconi e le ragazze che avrebbero potuto tranquillamente andare ad Arcore per bellezza o cinismo e hanno deciso di non andarci per non cedere al ricatto morale del maschilismo all’italiana, “Se non ora quando” sarà una manifestazione di parte, “di sinistra” e sarà neutralizzata, insieme alle sacrosante ragioni dell’universo femminile, perché reputata come l’ennesimo tentativo dell’opposizione di strumentalizzare le proteste per fomentare l’antiberlusconismo.